L’ODISSEA
L’Odissea è il poema del ritorno. La guerra di Troia è finita, la città è stata distrutta e gli eroi achei cercano di rientrare nelle loro case. Per alcuni il viaggio sarà breve, per altri tragico, per altri ancora interminabile. Odisseo, re di Itaca, impiegherà altri dieci anni per rivedere la propria terra. Ma il suo viaggio non è soltanto uno spostamento da un luogo a un altro: è una lunga prova attraverso la quale deve conservare, perdere e infine ritrovare la propria identità.
Il poema, tradizionalmente attribuito a Omero, è composto da ventiquattro libri e nasce, come l’Iliade, da una lunga tradizione orale. Il nome italiano Ulisse deriva dalla forma latina del greco Odisseo. Rispetto ad Achille, Odisseo rappresenta un tipo di eroe diverso. Non è il più forte e non cerca di imporsi soltanto attraverso il valore guerriero. La sua qualità principale è la metis, cioè un’intelligenza pratica, mobile e capace di adattarsi alle situazioni. Odisseo osserva, calcola, mente quando è necessario, inventa soluzioni e sopravvive soprattutto perché sa capire il pericolo prima di affrontarlo.
La sua meta è Itaca. Lì lo aspettano Penelope, sua moglie, Telemaco, suo figlio, la sua casa e il suo regno. Ma vent’anni di assenza hanno cambiato tutto. Durante i dieci anni di guerra e i dieci anni del viaggio, molti a Itaca hanno cominciato a pensare che il re sia morto. Numerosi nobili, i Proci, occupano la sua casa, consumano le sue ricchezze e pretendono che Penelope scelga uno di loro come nuovo marito.
Penelope, però, non vuole cedere. Per guadagnare tempo escogita un inganno degno dello stesso Odisseo. Dichiara che sceglierà un nuovo marito quando avrà terminato di tessere il sudario per Laerte, padre di Odisseo. Di giorno lavora alla tela; di notte disfa ciò che ha tessuto. Per anni riesce così a rimandare la decisione. Anche lei, dunque, resiste grazie all’intelligenza e alla capacità di controllare il tempo.
Nel frattempo Telemaco cresce in una casa che non sente pienamente propria. È ancora giovane, insicuro, circondato da uomini che occupano il posto del padre e lo trattano come un ostacolo. All’inizio dell’Odissea è proprio lui a mettersi in viaggio per cercare notizie di Odisseo. Il suo percorso è una crescita: deve uscire dall’infanzia, conoscere il mondo e imparare a diventare il figlio di un uomo che quasi non ricorda.
Il poema non racconta gli eventi in ordine cronologico. Quando l’Odissea comincia, Odisseo è già lontano da Troia da molti anni e si trova sull’isola della ninfa Calipso. Molte delle avventure precedenti verranno raccontate soltanto dopo, quando l’eroe, accolto dai Feaci, narrerà in prima persona ciò che gli è accaduto. Il viaggio, quindi, entra nel poema attraverso la memoria.
Calipso trattiene Odisseo sulla propria isola perché lo ama e vorrebbe che restasse con lei. Gli offre perfino l’immortalità. Eppure Odisseo rifiuta. Preferisce una vita mortale accanto alla propria casa, alla propria moglie e alla propria terra piuttosto che un’eternità trascorsa lontano da ciò che sente suo. È una scelta molto diversa da quella di Achille. Achille aveva scelto una vita breve in cambio della gloria; Odisseo sceglie invece il ritorno.
Gli dèi decidono infine che Calipso deve lasciarlo partire. Hermes porta alla ninfa l’ordine divino, e Odisseo costruisce una zattera. Ma Poseidone, che lo odia, scatena una tempesta. L’eroe riesce a salvarsi e raggiunge la terra dei Feaci, dove incontra Nausicaa, figlia del re Alcinoo. La giovane lo aiuta e lo conduce verso la corte. Qui Odisseo viene accolto secondo le regole dell’ospitalità e, durante un banchetto, ascolta un cantore narrare proprio la guerra di Troia. A quel punto non riesce a trattenere le lacrime e decide di raccontare chi è e che cosa gli è accaduto.
Il suo racconto comincia dalla partenza da Troia. La prima tappa è la terra dei Ciconi. Odisseo e i suoi uomini saccheggiano la città, ma invece di ripartire immediatamente restano troppo a lungo. I nemici si riorganizzano, contrattaccano e uccidono molti compagni. È una prima lezione: anche una vittoria può trasformarsi in sconfitta quando non si sa riconoscere il momento di fermarsi.
Poco dopo i naviganti raggiungono la terra dei Lotofagi. Qui alcuni uomini mangiano il loto e perdono ogni desiderio di tornare. Non vogliono più Itaca, non sentono più nostalgia, non ricordano quasi più la loro meta. Odisseo è costretto a trascinarli alle navi con la forza. Il pericolo, questa volta, non è la morte ma l’oblio. Dimenticare il ritorno significa dimenticare se stessi.
L’episodio più celebre è quello del ciclope Polifemo. Odisseo e i compagni entrano nella sua grotta aspettandosi di essere accolti secondo le regole dell’ospitalità. Polifemo, invece, non riconosce alcuna legge e divora alcuni degli uomini. Odisseo capisce che la forza non basta. Dice al ciclope di chiamarsi “Nessuno”, lo ubriaca e, quando si addormenta, lo acceca con un palo. Polifemo urla e chiama gli altri ciclopi, ma quando questi gli chiedono chi lo stia aggredendo risponde che “Nessuno” lo sta uccidendo. Convinti che non vi sia alcun aggressore, se ne vanno.
Odisseo e i compagni riescono a fuggire legandosi sotto il ventre delle pecore. Il piano è perfetto, ma proprio allora l’eroe commette un errore. Mentre la nave si allontana, vuole che Polifemo sappia chi lo ha sconfitto e gli rivela il proprio vero nome. È un gesto di orgoglio. Polifemo, figlio di Poseidone, prega il padre di vendicarsi e da quel momento il mare diventa ancora più ostile. L’intelligenza ha salvato Odisseo; il bisogno di gloria gli ha creato nuovi pericoli.
Successivamente Eolo, signore dei venti, accoglie Odisseo e gli consegna un otre nel quale sono rinchiusi tutti i venti contrari. La nave arriva quasi in vista di Itaca, ma mentre Odisseo dorme i compagni, convinti che nell’otre siano nascosti tesori, lo aprono. I venti esplodono e la nave viene spinta nuovamente lontano. È uno dei momenti più dolorosi del viaggio, perché la meta è già visibile e viene perduta a causa della diffidenza.
Dopo altre peregrinazioni gli uomini arrivano nella terra dei Lestrigoni, giganti feroci che distruggono quasi tutta la flotta. Solo la nave di Odisseo riesce a fuggire. Il gruppo si riduce sempre di più e ogni tappa lascia dietro di sé nuove perdite.
Poi arriva Circe. La maga trasforma alcuni compagni in porci, ma Hermes aiuta Odisseo, fornendogli il mezzo per resistere alla magia. L’eroe costringe Circe a restituire agli uomini la forma umana. Quella che sembrava una nemica diventa poi un’alleata, e Odisseo rimane sulla sua isola per un anno.
È Circe a spiegargli che, per continuare il viaggio, dovrà scendere nel regno dei morti e interrogare l’indovino Tiresia. Nell’Ade Odisseo incontra molte ombre del passato. Tra queste c’è Achille. Nell’Iliade Achille aveva scelto una vita breve pur di ottenere una gloria immortale; nell’Odissea, ormai morto, dichiara che preferirebbe essere vivo anche in una condizione umile piuttosto che regnare tra i morti. Il confronto tra i due poemi diventa così ancora più profondo: la gloria non cancella il valore della vita.
Tornato dal mondo dei morti, Odisseo riprende il mare. Circe lo ha avvertito delle Sirene, creature il cui canto promette conoscenza a chiunque le ascolti, ma conduce inevitabilmente alla morte. Odisseo vuole udire quella voce, ma non vuole esserne distrutto. Fa quindi tappare con la cera le orecchie dei compagni e ordina che lui stesso venga legato all’albero della nave. Quando le Sirene cantano, supplica di essere liberato, ma i compagni stringono ancora di più le corde. La curiosità, in questo episodio, non viene negata: viene sottoposta a un limite.
Subito dopo arriva una prova diversa. Odisseo deve attraversare lo stretto tra Scilla e Cariddi. Da una parte c’è Scilla, mostro che afferra i marinai; dall’altra Cariddi, vortice capace di inghiottire la nave. Non esiste una soluzione che permetta di salvare tutti. Odisseo è costretto a scegliere il rischio minore e scopre che perfino l’intelligenza ha un limite.
L’ultima grande colpa dei compagni avviene sull’isola del Sole. Tiresia e Circe avevano proibito di toccare le vacche sacre del dio, ma gli uomini, spinti dalla fame, disobbediscono. Quando ripartono, Zeus scatena una tempesta e distrugge la nave. Tutti muoiono. Odisseo rimane solo.
Dopo anni di viaggio ha perso le navi, il bottino e tutti i compagni. Gli resta soltanto il desiderio di tornare. È in questa condizione che raggiunge Calipso, e da lì riparte infine verso i Feaci e poi verso Itaca.
Quando i Feaci lo riportano a casa, tuttavia, il nostos non è ancora completo. Odisseo è fisicamente tornato a Itaca, ma deve ancora riconquistare la propria identità. Atena modifica il suo aspetto e lo trasforma in un mendicante. L’eroe non si presenta subito come re: osserva, ascolta, verifica chi gli sia rimasto fedele.
Uno dei riconoscimenti più commoventi avviene con Argo, il suo vecchio cane. L’animale è ormai abbandonato e prossimo alla morte, ma riconosce immediatamente il padrone nonostante il travestimento. Odisseo non può rivelarsi e deve trattenere l’emozione. Poco dopo averlo visto, Argo muore. È un riconoscimento silenzioso, forse il più puro del poema.
Anche Euriclea, la vecchia nutrice, riconosce Odisseo quando gli lava i piedi e vede una cicatrice sulla gamba. Il corpo conserva una memoria che il travestimento non può cancellare. Penelope, invece, continua a essere prudente. Dopo vent’anni non può fidarsi di chiunque dichiari di essere suo marito.
La situazione cambia quando Penelope propone la gara dell’arco. Sposerà l’uomo capace di tendere l’arco di Odisseo e di compiere la prova stabilita. I Proci tentano uno dopo l’altro e falliscono. Il mendicante chiede allora di provare. Prende l’arco, lo tende senza difficoltà e in quel gesto recupera pubblicamente la propria identità.
Insieme a Telemaco e ai pochi fedeli, Odisseo affronta i Proci e li uccide. La casa viene riconquistata, ma manca ancora il riconoscimento decisivo: quello di Penelope. La donna non si lascia convincere dalle apparenze e mette il marito alla prova. Ordina che il letto matrimoniale venga spostato. Odisseo reagisce immediatamente, perché sa che quel letto non può essere mosso: lo aveva costruito lui stesso intorno al tronco vivo di un ulivo.
È questa conoscenza privata a convincere Penelope. Solo il vero Odisseo poteva conoscere il segreto del letto. Il simbolo è potente: quel letto è radicato letteralmente nella terra della casa e rappresenta il matrimonio, la memoria condivisa e ciò che ha resistito al tempo.
A questo punto il ritorno è davvero completo. Odisseo non è soltanto tornato a Itaca; è tornato a essere marito, padre, re e padrone della propria casa. Il nostos non era quindi soltanto geografico. Per ritrovare se stesso, Odisseo ha dovuto attraversare l’oblio, la perdita, la curiosità, la paura, l’errore e il riconoscimento.
Per questo l’Odissea è un poema profondamente diverso dall’Iliade. Achille cerca la gloria e accetta una vita breve. Odisseo rifiuta perfino l’immortalità offerta da Calipso pur di tornare a casa. Achille combatte soprattutto attraverso la forza; Odisseo sopravvive attraverso l’intelligenza. Eppure entrambi devono fare i conti con lo stesso limite: essere uomini significa essere mortali, fragili e dipendenti dagli altri.
L’Odissea racconta dunque molto più di una successione di avventure. Il loto parla del pericolo di dimenticare, Polifemo della forza senza regole, le Sirene del desiderio di conoscere senza misura, Scilla e Cariddi delle scelte impossibili, il letto di Penelope di ciò che resiste e mantiene un’identità. Attraverso il viaggio di Odisseo, il poema racconta che tornare davvero significa ritrovare il proprio posto nel mondo e riconoscersi ancora dentro una storia che il tempo ha profondamente cambiato.
VOCABOLARIO ESSENZIALE
Odisseo o Ulisse – Re di Itaca e protagonista dell’Odissea; “Ulisse” è la forma latina del nome greco Odisseo.
Nostos – Il ritorno a casa dell’eroe dopo la guerra; è il tema centrale del poema.
Metis – Intelligenza pratica, astuzia e capacità di adattarsi alle situazioni.
Xenia – Ospitalità: il dovere reciproco di accogliere e rispettare lo straniero.
Proci – I nobili che occupano la casa di Odisseo e pretendono di sposare Penelope.
Oblio – Perdita della memoria; nel poema significa anche perdere il desiderio del ritorno e quindi una parte della propria identità.
Ade – Il regno dei morti nel quale Odisseo incontra Tiresia e le ombre del passato.
Riconoscimento – Momento in cui l’identità nascosta di Odisseo viene scoperta da chi lo conosce davvero.
Itaca – La patria di Odisseo; non è soltanto una meta geografica, ma il simbolo della casa e dell’identità.
Feaci – Il popolo che accoglie Odisseo e lo aiuta a compiere l’ultima parte del viaggio verso Itaca.
