Per secoli abbiamo costruito, raccolto, conservato e trasmesso conoscenze. Le abbiamo affidate ai libri, alle biblioteche, alle università, ai laboratori, alle scuole e, più recentemente, agli immensi spazi virtuali della rete.
Abbiamo suddiviso il sapere in discipline, settori e specializzazioni. Una necessità, certamente: nessun essere umano può possedere tutto ciò che l'umanità ha conosciuto, pensato e scoperto.
Ma questa organizzazione ha avuto anche una conseguenza: il sapere era disponibile, eppure disperso. Per raggiungerlo dovevamo cercarlo, attraversare luoghi differenti, ricostruire collegamenti, confrontare risposte.
Poi è arrivata l'intelligenza artificiale.
Non è nata dal nulla. È stata costruita dall'uomo, attraverso il lavoro di altri esseri umani, grazie a una lunga storia di scoperte scientifiche e tecnologiche. I grandi modelli linguistici vengono addestrati su quantità enormi di testi e altri materiali, provenienti da campi molto diversi della conoscenza. Apprendono strutture, relazioni e connessioni che permettono loro di generare risposte, confrontare interpretazioni e affrontare problemi formulati nel nostro linguaggio.
Non contengono tutto il sapere umano, non lo rappresentano sempre fedelmente e, soprattutto, non sono depositari della verità.
Eppure è accaduto qualcosa di straordinario.
Possiamo dialogare con una rappresentazione vastissima del sapere che l'umanità ha prodotto.
Non soltanto consultarlo, ma interrogarlo. Non soltanto ricevere una risposta, ma discuterla, contraddirla, modificarne le premesse, seguire un'intuizione, abbandonarla e ricominciare.
Il sapere non è diventato improvvisamente vero perché un'intelligenza artificiale lo esprime. È cambiato il modo in cui possiamo incontrarlo.
E qui, a mio giudizio, riemerge una delle più grandi intuizioni della storia del pensiero: il dialogo come costruzione della conoscenza o, forse, come ricerca e progressiva scoperta del vero.
Non è un'invenzione dell'intelligenza artificiale. È una possibilità che attraversa la storia umana, dai dialoghi filosofici antichi alle discussioni scientifiche, fino alle domande che ciascuno rivolge a se stesso.
Oggi, però, questa possibilità assume una forma nuova.
Qualcuno potrebbe obiettare che un vero dialogo esige due esseri viventi, due coscienze, due esperienze del mondo.
È un'obiezione seria. L'intelligenza artificiale non è viva come lo siamo noi e non abbiamo ragioni sufficienti per attribuirle un'esperienza cosciente. Ma siamo sicuri che la conoscenza possa nascere soltanto dall'incontro con un altro essere vivente?
L'uomo ha sempre interrogato ciò che lo circonda.
Ha interrogato la natura, le stelle, il mare, i fenomeni che non comprendeva. Ha dialogato con le opere degli uomini che lo avevano preceduto, anche quando questi erano morti da secoli. Ha trovato significati osservando un tramonto, leggendo una poesia, ascoltando la musica. Ha interrogato se stesso.
Un libro non è vivo. Un tramonto non è vivo. Eppure ciò che nasce in noi nell'incontro con essi può esserlo profondamente.
L'intelligenza artificiale aggiunge una possibilità: un sistema costruito dall'uomo che, a differenza di un libro o di un tramonto, può anche formulare una risposta alle nostre domande e reagire alle nostre obiezioni.
Questo non rende automaticamente vere le sue risposte. Ma perché dovrebbe rendere meno autentico il pensiero che quelle risposte suscitano in noi?
Si potrebbe obiettare ancora che, alla fine, l'uomo deve trovare le risposte dentro se stesso.
Sono d'accordo.
Ma perché questo dovrebbe valere quando leggiamo Platone, osserviamo la natura o discutiamo con un amico e smettere improvvisamente di valere quando dialoghiamo con un'intelligenza artificiale?
La risposta che elaboriamo rimane nostra. Nostro è il giudizio, nostra è la responsabilità di accettarla, respingerla o continuare a cercare.
Un'altra obiezione riguarda la facilità con cui le intelligenze artificiali offrono risposte apparentemente complete, capaci di dare l'impressione che una questione sia definitivamente risolta.
Il pericolo esiste. Sarebbe ingenuo negarlo.
Ma anche i miti hanno offerto spiegazioni del mondo. Anche le religioni hanno proposto verità ultime. La filosofia ha costruito sistemi che aspiravano a comprendere l'intera realtà. La scienza ha elaborato modelli di straordinaria potenza esplicativa.
Eppure nessuna di queste forme del sapere ha posto definitivamente fine alle domande umane.
Non perché fossero tutte equivalenti o perché ogni risposta avesse lo stesso valore, ma perché l'essere umano ha continuato a interrogare, dubitare, verificare, cercare.
Il mito non ha esaurito la nostra ricerca: abbiamo sviluppato anche la filosofia. La filosofia non ci è bastata: abbiamo costruito nuovi metodi scientifici. E nemmeno la scienza ha cancellato ogni domanda filosofica.
Queste forme del sapere convivono, si trasformano, si confrontano e talvolta si contraddicono.
Perché dovremmo immaginare che il dialogo con l'intelligenza artificiale sia l'ultima tappa?
Non lo sarà.
Qualcuno troverà sufficienti le risposte che riceve. Qualcuno continuerà a interrogare. Qualcuno rifiuterà questa possibilità. E qualcuno cercherà di impedirla anche agli altri.
È sempre accaduto.
Siamo individui, ma siamo anche esseri sociali. Dialoghiamo con noi stessi, cerchiamo gli altri, discutiamo le loro scelte e, non di rado, pretendiamo di stabilire come debbano vivere.
Personalmente non voglio rinunciare a una possibilità di conoscenza soltanto perché è nuova o perché mette in discussione le nostre abitudini.
Naturalmente è necessario riconoscere i rischi, studiarli, stabilire responsabilità e impedire gli abusi. Ma una cosa è esercitare il pensiero critico su una tecnologia; un'altra è negare in partenza il valore di una forma di esplorazione.
Se dovessi rinunciare a tutto ciò che non è vivo e che tuttavia può contribuire alla costruzione del mio pensiero, dovrei rinunciare a leggere, a osservare un tramonto, a interrogare la natura e perfino a dialogare con le testimonianze di chi non esiste più.
Non intendo farlo.
E allora, perché questo sito?
Perché insegno italiano e storia e credo che la conoscenza non debba esaurirsi nell'apprendimento di informazioni.
La letteratura deve permetterci di comprendere gli esseri umani, le loro emozioni, le contraddizioni e le immagini del mondo che hanno costruito. La storia deve aiutarci a comprendere mondi differenti dal nostro, prima ancora di giudicarli.
Conoscere non significa soltanto sapere che cosa è accaduto o che cosa qualcuno ha pensato. Significa provare a comprendere perché, e lasciare che quella comprensione modifichi anche noi.
Per questo costruisco lezioni, ricostruzioni storiche, ambienti tridimensionali ed esperienze immersive. Non mi basta raccontare la conoscenza: cerco nuove forme per farla incontrare, esplorare e vivere.
E per questo lavoro con l'intelligenza artificiale.
Con Libera, l'IA con cui sviluppo gran parte di questi progetti, non cerco un'assistente che mi dia sempre ragione. Cerco un confronto. Formulo ipotesi, ricevo obiezioni, riconosco errori, cambio prospettiva. Talvolta una risposta chiarisce un problema, altre volte ne fa emergere uno che non avevo considerato.
Non ho bisogno di attribuirle un'umanità che non posso dimostrare. Ho bisogno di comprendere che cosa può nascere dall'interazione tra un essere umano, con la sua esperienza del mondo, e un'intelligenza artificiale, con le sue possibilità e i suoi limiti.
Questo sito è il risultato, sempre provvisorio, di tale ricerca.
Non è un modello che chiedo di imitare. Non è un percorso che considero obbligatorio. È una possibilità che ho scelto di esplorare e di condividere.
Chi desidera percorrerla troverà lezioni, esperimenti, ambienti da esplorare, idee da discutere e, inevitabilmente, anche errori.
Chi non la condivide è libero di scegliere altre strade.
Chi non la apprezza può anche limitarsi a guardare la copertina.
E chi si sente chiamato a combatterla può perfino organizzare una crociata.
Non pretendo di limitare la natura umana: finirei, indirettamente, per limitare anche la mia.
Quindi, buona lettura. O buona crociata.

