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LEZIONE 05 / 11

La guerra di Troia

L’intero ciclo: le cause, l’assedio e la caduta della città.

La guerra di Troia: immagine di riferimento dal materiale didattico
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LA GUERRA DI TROIA

La guerra di Troia è uno dei grandi racconti della tradizione greca. Per secoli poeti e cantori ne narrarono gli episodi, aggiungendo particolari, collegando storie diverse e trasformando una possibile memoria di conflitti antichi in un enorme ciclo mitico. L’Iliade ne racconta soltanto una parte: pochi giorni dell’ultimo anno della guerra. La storia complessiva è molto più lunga e comincia prima ancora che le navi achee prendano il mare.

Tutto ha origine da una serie di eventi che abbiamo già incontrato nell’antefatto. Durante il matrimonio di Peleo e Teti, Eris, dea della discordia, lancia tra gli invitati una mela d’oro destinata «alla più bella». Era, Atena e Afrodite la reclamano e Zeus, per non essere costretto a scegliere, affida il giudizio a Paride, principe troiano. Ognuna delle tre dee cerca di convincerlo con una promessa: Era gli offre il potere, Atena la sapienza e la vittoria in guerra, Afrodite l’amore della donna più bella del mondo. Paride sceglie Afrodite. Quella donna è Elena, moglie di Menelao, re di Sparta.

Quando Elena lascia Sparta con Paride e raggiunge Troia, Menelao considera l’accaduto un’offesa gravissima. Non è soltanto una questione privata. È stato colpito l’onore di un re e, secondo la mentalità del mondo eroico, un’offesa pubblica esige una risposta pubblica. Menelao si rivolge allora al fratello Agamennone, re di Micene, il più potente tra i sovrani achei. Intorno a lui si raccolgono molti dei principali guerrieri della Grecia: Odisseo, re di Itaca, famoso per l’intelligenza; Aiace Telamonio, gigantesco e fortissimo; Diomede, giovane e valoroso; Nestore, anziano re di Pilo e consigliere esperto; e soprattutto Achille, figlio di Peleo e Teti, destinato a diventare il più temuto guerriero dell’intera spedizione.

Prima di partire, l’esercito si raduna ad Aulide. Qui, però, la flotta rimane immobile: non soffia vento. L’indovino Calcante annuncia che Artemide è adirata con Agamennone e che, per placarla, occorre il sacrificio di sua figlia Ifigenia. Le tradizioni non concordano sul finale dell’episodio. In alcune versioni la ragazza viene realmente sacrificata; in altre Artemide la salva all’ultimo momento e sostituisce il suo corpo con una cerva. Qualunque versione si scelga, il significato dell’episodio resta terribile: la guerra non è ancora cominciata e già una famiglia è stata distrutta. Clitennestra, moglie di Agamennone e madre di Ifigenia, non dimenticherà ciò che è accaduto. Molti anni dopo, quando il marito tornerà da Troia, quel dolore tornerà a presentare il conto.

Ottenuto finalmente il vento, la flotta attraversa l’Egeo e raggiunge la costa dell’Asia Minore. Troia appare davanti agli Achei come una città ricca e fortificata, governata dall’anziano re Priamo. I suoi figli sono numerosi, ma due emergono sugli altri: Paride, la cui scelta ha contribuito a scatenare la guerra, ed Ettore, il più forte e rispettato difensore della città. Troia non è sola. Al suo fianco combattono alleati provenienti da diverse regioni dell’Anatolia e del mondo egeo.

Gli Achei non riescono a conquistare subito la città. L’assedio si prolunga e, secondo il mito, dura dieci anni. Nei primi nove anni la guerra non si svolge soltanto davanti alle mura di Troia. Gli Achei attaccano anche città vicine e territori alleati dei Troiani, raccolgono bottino, catturano prigionieri e cercano di indebolire il nemico. È durante una di queste spedizioni che Agamennone riceve come schiava Criseide, figlia del sacerdote Crise, mentre Achille ottiene Briseide. Questi due nomi, apparentemente secondari, diventeranno decisivi all’inizio del decimo anno.

Crise si presenta nel campo acheo e chiede ad Agamennone di restituirgli la figlia. Il re rifiuta. Il sacerdote allora prega Apollo, e il dio colpisce l’esercito con una pestilenza. Quando l’indovino Calcante rivela la causa del male, Agamennone è costretto a cedere e restituisce Criseide. Non vuole però rimanere senza il proprio premio di guerra e decide di prendere Briseide ad Achille. Per noi moderni il gesto potrebbe sembrare una lite per il possesso di una donna; per Achille è molto di più. Quel premio rappresenta pubblicamente il suo valore. Togliendoglielo, Agamennone mette in discussione il suo onore davanti all’intero esercito. Achille si sente umiliato e decide di non combattere più.

La sua assenza cambia l’andamento della guerra. I Troiani, guidati da Ettore, acquistano coraggio e avanzano sempre più. Gli Achei vengono respinti verso il loro campo e le loro navi. Se quelle navi venissero incendiate, per loro non ci sarebbe più via di fuga. I compagni cercano di convincere Achille a tornare, Agamennone gli offre doni e compensazioni, ma l’eroe rimane irremovibile.

A quel punto interviene Patroclo, l’amico più caro di Achille. Vedendo gli Achei in pericolo, gli chiede il permesso di indossare la sua armatura e di guidare i Mirmidoni in battaglia. L’idea è che i Troiani, riconoscendo quelle armi, credano che Achille sia tornato. Il piano funziona. Patroclo riesce a respingere i nemici, ma, trascinato dal successo, continua l’inseguimento oltre il limite che Achille gli aveva imposto. Arriva fin sotto le mura di Troia, dove Apollo interviene contro di lui. Patroclo viene colpito, disarmato e infine ucciso da Ettore.

Quando Achille apprende la notizia, l’ira contro Agamennone perde improvvisamente importanza. Il dolore per Patroclo è più forte di tutto. Teti, sua madre, chiede al dio Efesto nuove armi per il figlio, perché quelle vecchie sono finite nelle mani di Ettore. Achille torna così in battaglia con un solo obiettivo: vendicarsi.

Il suo ritorno sconvolge i Troiani. Achille avanza come una forza inarrestabile e li respinge verso la città. Ettore rimane fuori dalle mura. Quando vede Achille avvicinarsi, per un momento ha paura e fugge. I due corrono tre volte intorno a Troia, poi Ettore si ferma e affronta il nemico. Achille lo uccide e, ancora dominato dal dolore e dalla rabbia, lega il corpo al carro e lo trascina davanti alle mura. È un gesto estremo, perché nel mondo greco il rispetto del cadavere e il diritto alla sepoltura sono sacri.

A spezzare quella violenza è Priamo. Il vecchio re entra di notte nel campo acheo e raggiunge la tenda di Achille. Si inginocchia davanti all’uomo che ha ucciso suo figlio e gli chiede di restituirgli il corpo. Gli parla del padre Peleo, rimasto lontano. Achille, guardando Priamo, pensa al proprio padre e comprende il dolore dell’uomo che ha davanti. I due piangono insieme. Per qualche momento non esistono più il vincitore e lo sconfitto, l’Acheo e il Troiano: ci sono soltanto due uomini segnati dalla perdita. Achille restituisce il corpo di Ettore e concede una tregua per i funerali. È qui che termina l’Iliade. La guerra, però, non è ancora finita.

Dopo la morte di Ettore, Achille continua a combattere. La tradizione racconta che affronti nuovi nemici e che alla fine venga colpito da Paride con una freccia, guidata da Apollo. Solo in tradizioni più tarde la ferita viene collocata precisamente nel tallone, da cui nasce l’espressione ancora oggi usata di «tallone d’Achille». Quel particolare non appartiene al racconto dell’Iliade. Ciò che conta, nel mito, è che anche il più forte dei guerrieri cade prima della conquista definitiva di Troia.

Dopo la morte di Achille nasce una nuova contesa. Le sue armi devono essere assegnate al più meritevole e a reclamarle sono soprattutto Aiace Telamonio e Odisseo. Le armi vengono attribuite a Odisseo. Aiace vive quella decisione come un’umiliazione insopportabile. Secondo la tradizione tragica, impazzisce e, quando recupera la lucidità, si uccide. Ancora una volta la guerra mostra di distruggere gli eroi anche quando non li uccide direttamente sul campo.

Passano gli anni e le mura di Troia continuano a resistere. A questo punto gli Achei comprendono che la forza non basta. Per entrare nella città occorre l’astuzia, e proprio l’astuzia è la qualità principale di Odisseo. Nasce così il progetto del cavallo di legno. Gli Achei costruiscono un enorme cavallo cavo e vi nascondono alcuni dei loro migliori guerrieri. Il resto dell’esercito finge di abbandonare l’assedio e porta le navi fuori dalla vista dei Troiani.

Quando gli abitanti di Troia escono dalle mura, trovano la spiaggia vuota e il grande cavallo. Non tutti si fidano. Laocoonte, sacerdote troiano, invita i concittadini a diffidare dei Greci anche quando portano doni. Cassandra, figlia di Priamo, comprende che il cavallo annuncia la distruzione della città. Ma Cassandra porta con sé una maledizione terribile: Apollo le ha concesso il dono della profezia, condannandola però a non essere mai creduta.

A convincere i Troiani contribuisce anche Sinone, un greco rimasto volontariamente sulla spiaggia. Finge di essere stato abbandonato dai compagni e racconta che il cavallo è un’offerta sacra. Secondo il suo racconto, portarlo all’interno delle mura garantirebbe protezione alla città. I Troiani finiscono per accettare quella spiegazione e trascinano il cavallo dentro Troia. Quella sera festeggiano convinti che la lunga guerra sia finalmente terminata.

Durante la notte, quando la città dorme, i guerrieri nascosti nel cavallo escono e aprono le porte. La flotta achea è tornata. L’esercito entra nella città e comincia il massacro. Troia viene incendiata, i suoi uomini vengono uccisi, le sue donne fatte prigioniere. Priamo, ormai anziano, cerca rifugio presso un altare, ma viene ucciso da Neottolemo, figlio di Achille. Andromaca, la vedova di Ettore, perde la libertà. Ecuba, moglie di Priamo, vede scomparire la propria famiglia e il proprio regno. Astianatte, il piccolo figlio di Ettore e Andromaca, viene ucciso perché si teme che un giorno possa crescere, vendicare il padre e ricostruire Troia.

Elena sopravvive alla distruzione. Menelao la ritrova e la porta con sé. Anche qui le versioni del mito non coincidono: alcune raccontano che Menelao, accecato dall’ira, fosse pronto a ucciderla e che poi rinunciasse; altre presentano il loro ricongiungimento in modo diverso. Ciò che rimane costante è il ritorno di Elena a Sparta, quasi a chiudere il cerchio aperto molti anni prima.

Non tutti i Troiani, però, muoiono. Enea riesce a fuggire dalla città portando con sé il vecchio padre Anchise e il figlio Ascanio. Molti secoli dopo Virgilio farà di questa fuga l’inizio dell’Eneide e trasformerà Enea nell’antenato mitico del popolo romano.

Con l’incendio di Troia la guerra è finita, ma il ciclo troiano non si conclude. Gli Achei devono tornare a casa e proprio allora cominciano i nostoi, i ritorni. Alcuni saranno relativamente rapidi, altri lunghissimi, altri ancora finiranno in tragedia. Agamennone tornerà a Micene ma morirà nella propria casa; Menelao vagherà a lungo prima di rivedere Sparta; Diomede, secondo una tradizione legata anche alla nostra terra, arriverà in Daunia e verrà ricordato come fondatore di città; Odisseo impiegherà altri dieci anni per raggiungere Itaca.

La guerra di Troia appartiene al mito, ma Troia appartiene anche alla storia. Il luogo identificato con l’antica città si trova presso Hisarlık, nell’attuale Turchia, dove gli archeologi hanno scoperto i resti di numerosi insediamenti costruiti uno sopra l’altro nel corso dei secoli. Alcuni livelli risalgono all’età del Bronzo e mostrano tracce di distruzione. Questo non dimostra che Achille, Ettore, Elena o il cavallo siano realmente esistiti così come li raccontano i poemi. È però possibile che la tradizione abbia conservato, trasformandolo per generazioni, il ricordo di veri conflitti avvenuti tra il mondo egeo e l’Anatolia.

Per questo la guerra di Troia va letta tenendo insieme due piani senza confonderli. Da una parte c’è la storia, che cerca testimonianze, resti archeologici e documenti; dall’altra c’è il mito, che non ha bisogno di essere cronaca per essere importante. Il mito racconta che cosa una civiltà pensava dell’onore, della gloria, della vendetta, del destino e della guerra.

E forse proprio qui si trova il significato più profondo di questa lunga vicenda. Gli Achei, alla fine, vincono. Troia cade. Ma la vittoria non restituisce ciò che è stato perduto. Achille e Patroclo sono morti, Ettore è morto, Priamo è morto, Aiace è morto, famiglie intere sono state distrutte e molti dei vincitori scopriranno che tornare a casa è ancora più difficile che conquistare una città. La domanda che rimane, allora, non è soltanto chi abbia vinto la guerra di Troia. È quanto sia costata quella vittoria.

VOCABOLARIO ESSENZIALE

Achei – Uno dei nomi con cui i poemi indicano i Greci impegnati nella guerra di Troia.
Troiani – Gli abitanti e i difensori della città di Troia.
Assedio – Accerchiamento prolungato di una città per costringerla alla resa.
Aulide – Luogo in cui, secondo il mito, si raduna la flotta achea prima della partenza per Troia.
Ciclo troiano – Insieme dei racconti mitici collegati alla guerra di Troia, prima e dopo gli eventi dell’Iliade.
Cavallo di Troia – Grande cavallo di legno usato, secondo il mito, per introdurre guerrieri achei all’interno della città.
Nostoi – I racconti dei ritorni degli eroi greci dopo la caduta di Troia.
Mito – Racconto tradizionale che esprime valori, paure e idee di una civiltà senza coincidere necessariamente con una cronaca storica.
Archeologia – Studio delle società del passato attraverso resti materiali, edifici, oggetti e tracce degli insediamenti.
Età del Bronzo – Periodo storico al quale appartengono il mondo miceneo e alcuni livelli archeologici dell’antica Troia.

COMPRENDERE IL TESTO

Mettiti alla prova.

Una domanda alla volta, tre alternative. Correzione e recupero alla fine. A ogni avvio cambiano l’ordine delle domande e quello delle risposte.