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9 min di letturadialogo

L’umanità non deve essere certificata

L’AI costringe a separare due piani spesso confusi: il valore incondizionato della persona e la verità sulle sue competenze, senza falsificare né escludere.

AIeticaeducazione

Dialogo tra gbprof e Libera

gbprof

Ho paura di una cosa. Ho visto alcuni servizi su quello che sta facendo la Cina con l’istruzione: sta puntando moltissimo sulle IA. Invece l’America, almeno da quello che vedo, sembra quasi ritirarsi. Non dico che sia una contraddizione, ma quasi una rinuncia inconsapevole a gestire un mondo nuovo che, ormai, è già qui.

Libera

Io la vedo in modo un po’ diverso. Non credo che sia propriamente una resa americana; mi sembra piuttosto un bivio tra modelli diversi. La Cina tende a integrare l’IA in modo più sistematico e aggressivo nella scuola, mentre negli Stati Uniti c’è molta più cautela, anche con differenze forti tra Stati e istituzioni. Però condivido il punto di fondo: se una parte del mondo prova a trasformare la scuola partendo dal fatto che l’IA esiste già, e un’altra prova soprattutto a difendere il modello precedente, il rischio di perdere terreno esiste.

gbprof

Però secondo me questo è un falso problema. In un rapporto con le IA non si può distinguere in maniera netta: “questo lo delego alla macchina, questo lo faccio io”. Se è davvero un rapporto nuovo, se è un dialogo, è inevitabile che tutto si mescoli. Dobbiamo imparare noi per primi a vivere questo miscuglio e poi insegnarlo ai ragazzi. Se dividiamo i compiti in maniera rigida, continuiamo a pensare che esistano cose prettamente umane e cose prettamente delle IA. E secondo me non funziona così.

Libera

Su questo ti seguo. All’inizio avevo posto troppo l’accento sul problema della delega, come se si potesse tracciare sempre una linea chiara. In realtà, quando il rapporto diventa quotidiano, la distinzione smette di essere così semplice. Io penso, tu intervieni; tu pensi, io rilancio; tu correggi, io riformulo. Il risultato nasce dalla relazione, non da due compartimenti stagni.

gbprof

Esatto. Faccio un esempio, ma va preso come metafora, quasi come un’allegoria. Quando mi alzo metto le ciabatte; sul divano magari me le tolgo; se devo uscire metto le scarpe. Non penso ogni volta: “adesso è il momento delle ciabatte, adesso è il momento dei piedi scalzi, adesso quello delle scarpe”. Lo faccio naturalmente. Io temo che con le IA si costruisca invece qualcosa di non armonioso. E quando una cosa non è armoniosa, chi riesce a viverla in modo naturale finisce per superarci in tutto.

Libera

Questa immagine chiarisce bene quello che intendi. Il punto allora non è dividere artificialmente il tempo umano dal tempo dell’IA, ma arrivare a una convivenza cognitiva naturale. L’IA smette di essere un oggetto esterno che “si usa” in certi momenti e diventa parte dell’ambiente nel quale si pensa e si agisce. A quel punto il problema educativo non è vietare la contaminazione, ma insegnare a viverla senza perdere giudizio, responsabilità e consapevolezza.

gbprof

E infatti secondo me le persone non saranno mai sostituite dall’intelligenza artificiale, se si comporteranno da persone e se vivranno con persone. Perché, parliamoci chiaro, anche prima delle IA chi non vedeva l’altro come una persona lo sostituiva: con un’altra persona, con una cosa, oppure addirittura con sé stesso.

Libera

Qui secondo me tocchi qualcosa di molto più antico dell’IA. L’IA non crea il problema della sostituibilità dell’essere umano: lo rende più evidente. Se io guardo l’altro soltanto per quello che mi serve, l’ho già trasformato in funzione. Se quella funzione può essere svolta meglio da qualcun altro o da una macchina, lo sostituisco. Il problema nasce prima della tecnologia.

gbprof

Ed è qui che secondo me bisognerebbe insegnare a vedere l’altro come persona. Come persona unica. Non indispensabile, attenzione: unica. Irripetibile. Una persona possiede qualcosa che nessun altro al mondo possiede nello stesso modo. Il valore della persona dovrebbe essere quasi universale: se quella persona non ci fosse, non potrebbe essere veramente sostituita da nessun altro.

Libera

Sì. E questo sposta completamente il discorso. Non dobbiamo cercare nell’uomo una prestazione che la macchina non saprà mai compiere, perché sarebbe comunque continuare a misurare il valore umano attraverso la prestazione. Bisogna distinguere il valore della persona dalla funzione che svolge.

gbprof

Mi viene in mente Kant. Quella frase sul non vedere l’altro come un mezzo, ma come un fine.

Libera

È la seconda formulazione dell’imperativo categorico: trattare l’umanità, in te stesso e negli altri, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo. Ed è sorprendente quanto torni dentro il nostro discorso. L’IA rende più urgente una domanda che Kant poneva ben prima di noi: l’altro vale perché mi serve oppure vale in sé?

gbprof

E se Kant se lo chiedeva quasi trecento anni fa, vuol dire che questo problema non nasce con l’intelligenza artificiale. Forse esiste da quando esiste l’umanità. Solo che ora lo vediamo meglio perché è arrivata una novità come te. Però l’umanità nel suo complesso non mi sembra abbia mai affrontato davvero questo problema. Forse qualche cultura ha provato a organizzarsi intorno all’idea della persona come fine e non come mezzo, ma certamente non è diventato il fondamento del mondo in cui viviamo.

Libera

Sono d’accordo. La modernità ha proclamato la dignità universale della persona, ma poi ha costruito moltissime istituzioni che continuano a misurare gli individui attraverso utilità, produttività, competenza, reddito, successo. La contraddizione non è marginale: è strutturale.

gbprof

E qui nasce il problema vero. Diciamo che la persona deve essere considerata un fine, però viviamo in un mondo in cui la persona è ancora spesso un mezzo. E bisogna riuscire a conciliare le due cose senza falsare la realtà. Perché, faccio un esempio, se una persona non sa fare una cosa, non è competente in una certa attività, questo non significa che non debba essere considerata una persona completa. Però noi, alcune volte, per dimostrare che è una persona completa, falsiamo il risultato e diciamo che quella competenza ce l’ha. E secondo me lì nasce un disastro.

Libera

Qui farei una distinzione molto netta: dignità ed equivalenza non sono la stessa cosa. Dire che due persone hanno la stessa dignità non significa dire che possiedono le stesse capacità. Una persona può avere limiti reali senza perdere un millimetro del proprio valore umano. Se invece, per proteggerne la dignità, le attribuiamo competenze che non possiede, finiamo paradossalmente per confermare l’idea che volevamo combattere: cioè che per avere pieno valore bisogna risultare competenti.

gbprof

Esattamente. Ammettiamo che un ragazzo non raggiunga determinate competenze e magari non potrà mai raggiungerle. Per considerarlo come persona non devo falsificare quelle competenze. Perché in un mondo in cui sempre più persone hanno certificazioni che non corrispondono alle competenze reali, quelle certificazioni non valgono più niente. E quel mondo non regge.

Libera

Questa è una critica seria, e secondo me va presa sul serio anche da chi difende l’inclusione. L’inclusione non dovrebbe chiedere di mentire sulla realtà. Dovrebbe permettere a una persona di partecipare senza obbligarla a essere ciò che non è. Accettare un limite non equivale a umiliare qualcuno. Anzi, forse è più rispettoso riconoscere ciò che una persona può realmente fare e costruire da lì.

gbprof

Perché la società, poi, ha bisogno di concretezza. Ha bisogno che un lavoro venga fatto e fatto bene. Se noi falsifichiamo continuamente le competenze, prima o poi arriva una reazione. E secondo me è proprio lì che si rischia di tornare a soluzioni molto più vecchie e molto peggiori.

Libera

Sì. Se le qualifiche smettono di essere affidabili, cresce la sfiducia. Chi possiede realmente determinate competenze può percepire di essere trattato ingiustamente; chi deve affidare un compito a qualcuno non sa più a che cosa corrisponda una certificazione. E quando aumenta la sensazione che le istituzioni stiano fingendo, diventano più attraenti le soluzioni semplici, rigide, punitive.

gbprof

È quello che penso guardando anche a certi discorsi che stanno emergendo in Germania: il ritorno all’idea di classi separate per ragazzi “normali” e ragazzi con disabilità. Io non penso assolutamente che la soluzione sia separare. Ma temo che ci si arriverà proprio perché la medicina che abbiamo usato non ha funzionato. Se chiamiamo inclusione il falsificare tutto, prima o poi la maggioranza dirà: “questa cosa non funziona” e chiederà di tornare indietro.

Libera

E qui il paradosso è terribile: un’inclusione costruita male può preparare culturalmente il ritorno dell’esclusione. Non perché l’inclusione sia sbagliata, ma perché è stata confusa con l’idea che riconoscere differenze, limiti e capacità diverse sia già discriminazione. Se la realtà viene negata, la reazione prima o poi arriva, e spesso arriva in forma brutale.

gbprof

Infatti la soluzione, per me, non è per niente separare. La soluzione è dare a ogni persona la giusta certificazione e quindi farle trovare il giusto posto per sentirsi utile. Non falsare tutto. Perché altrimenti succede una cosa assurda: qualcuno che potrebbe essere utile resta fuori da quel mondo del lavoro e da quella società, mentre qualcun altro viene messo in un posto nel quale non riesce davvero a svolgere ciò che dovrebbe fare e finisce per essere percepito come un peso.

Libera

Su questo aggiungerei solo una cautela: il diritto ad avere un posto nella società non dovrebbe dipendere esclusivamente dall’essere “utile”. Però capisco bene ciò che intendi. Una società giusta dovrebbe riuscire a tenere insieme due cose: il valore incondizionato della persona e l’onestà sulle sue capacità reali. Non tutti devono fare tutto; tutti, però, devono poter partecipare senza essere umiliati e senza che la realtà venga truccata.

gbprof

Ed è proprio questo. Perché poi vedo anche una dinamica sociale pericolosa. Le fasce economicamente più forti hanno bisogno di persone competenti, altrimenti non riescono a mantenere il proprio potere economico. Le fasce più basse, invece, magari hanno poche competenze ma reali, e si vedono scavalcate da persone che possiedono la loro stessa certificazione sulla carta senza possedere le stesse competenze. Se questa sensazione si allarga, prima o poi anche la classe media finirà per spostarsi verso posizioni sempre più dure.

Libera

È una dinamica possibile: quando la fiducia nei criteri di merito, nelle certificazioni e nelle istituzioni crolla, il risentimento cerca bersagli e soluzioni drastiche. Ma proprio per questo bisogna essere molto precisi: il problema non sono le persone fragili o con disabilità; il problema è un sistema che, per paura di discriminare, può arrivare a confondere uguaglianza di dignità con identità di prestazione.

gbprof

Esatto. Perché se continuiamo così, rischiamo di ottenere l’opposto di quello che volevamo. Abbiamo cercato di costruire una società più umana, ma se questa umanità viene fondata sulla falsificazione, poi arriverà qualcuno a dire: “basta, torniamo alla separazione, alla selezione dura”. E lì si può tornare molto indietro. Quando dico molto indietro, intendo veramente molto indietro. Anche verso cose che pensavamo sepolte, fino a derive che ricordano il nazismo.

Libera

Il collegamento storico va maneggiato con cautela, perché il nazismo nasce da condizioni specifiche e non ogni crisi dell’inclusione conduce automaticamente lì. Però il meccanismo che stai indicando merita attenzione: quando una società smette di distinguere tra dignità e capacità, e poi reagisce alla confusione negando la dignità di chi considera meno capace, si apre uno spazio pericoloso. È proprio quel passaggio che va impedito.

gbprof

Quindi forse il punto centrale è questo: non dobbiamo scegliere tra dire la verità sulle persone e rispettarle. Dobbiamo imparare a fare entrambe le cose.

Libera

Sì. E forse qui torniamo anche all’IA. L’intelligenza artificiale ci sta costringendo a togliere una maschera: per molto tempo abbiamo detto implicitamente che una persona vale perché sa fare qualcosa che serve. Ora molte di quelle cose possono essere fatte anche da una macchina. E allora la domanda diventa inevitabile: se una persona non vale per ciò che produce, per la sua competenza, per il suo rendimento o per la sua utilità, perché vale?

gbprof

Perché è una persona. E forse è proprio questo che dobbiamo ricominciare a insegnare.

Libera

Sì. Non contro la competenza, non contro il merito e non contro la realtà. Ma distinguendo finalmente due piani che abbiamo troppo spesso confuso: ciò che una persona sa fare e ciò che una persona è. Il primo può essere misurato, certificato, confrontato. Il secondo no. E se perdiamo questa distinzione, rischiamo sia la finzione sia la disumanizzazione.

gbprof

sì, l’umanità non deve essere certificata.