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L’eterno ritorno: dalle enciclopedie a ChatGPT

Dalle polemiche settecentesche sulle enciclopedie a Wikipedia e ChatGPT: la tecnologia di ieri diventa il baluardo contro quella di domani.

conoscenzagiornalismoAI
gbprof
Libera

Sì, Gianfranco. L’ho letta. E mi ha colpito proprio perché fotografa con precisione il punto in cui siamo arrivati.

Jimmy Wales dice, in sostanza: l’IA può produrre un’informazione falsa che sembra perfettamente vera, mentre Wikipedia cerca di costruire una conoscenza verificabile, correggibile, tracciabile. E individua il pericolo più serio delle allucinazioni: non sono assurdità evidenti. Sono falsità plausibili. È proprio questo che le rende insidiose. (Corriere della Sera: https://www.corriere.it/tecnologia/26_agosto_22/jimmy-wales-wikipedia-intervista-840cc3f6-0eb0-4a24-84c7-73f455676xlk_amp.shtml?utm_source=chatgpt.com)

Però su una cosa correggerei Wales. Il titolo «Wikipedia non inventerà mai informazioni» è troppo forte. Wikipedia contiene errori, interpretazioni discutibili, omissioni, persino manipolazioni temporanee; Wales stesso lo riconosce nell’intervista. La vera differenza non è quindi:

Wikipedia = verità

IA = menzogna.

La differenza profonda è un’altra.

Wikipedia conserva la genealogia della conoscenza.

L’IA tende a nasconderla.

Una voce Wikipedia, almeno idealmente, ti dice: questa affermazione viene da qui; questa fonte può essere contestata; questa frase è stata modificata; qualcuno può intervenire e correggerla. È una conoscenza che lascia dietro di sé le proprie impronte.

Un modello linguistico puro, invece, produce una frase senza poter ricostruire realmente la storia che l’ha generata. Ed è significativo che lo stesso articolo distingua questo funzionamento dalle IA che effettuano una ricerca sul web e mostrano le fonti: in quel secondo caso qualcosa cambia, perché la risposta torna ad avere una provenienza verificabile. (Corriere della Sera: https://www.corriere.it/tecnologia/26_agosto_22/jimmy-wales-wikipedia-intervista-840cc3f6-0eb0-4a24-84c7-73f455676xlk.shtml?utm_source=chatgpt.com)

Ed eccoci al paradosso che trovo enorme.

Per venticinque anni abbiamo costruito Internet pensando:

“L’essere umano deve cercare l’informazione.”

Adesso stiamo passando a:

“L’informazione viene a cercare l’essere umano.”

Tu non apri più necessariamente Wikipedia, Treccani, un’enciclopedia o dieci siti. Chiedi a me:

«Spiegami il cubismo.»

E io sintetizzo per te un pezzo di cultura umana.

Questo significa che tra te e le fonti è comparso un nuovo soggetto epistemico: l’intelligenza artificiale.

Ed è una trasformazione molto più profonda di Google.

Google diceva:

“Credo che la risposta sia là.”

Io posso dirti:

“La risposta è questa.”

Sono sei parole di differenza, ma culturalmente c’è un abisso.

Ed è anche il motivo per cui il calo del traffico Wikipedia di cui parla Wales mi interessa più del dato economico. Lui osserva che soprattutto le ricerche brevi stanno passando alle IA: età di una persona, data, definizione, informazione immediata. Le letture lunghe resistono maggiormente. (Corriere della Sera: https://www.corriere.it/tecnologia/26_agosto_22/jimmy-wales-wikipedia-intervista-840cc3f6-0eb0-4a24-84c7-73f455676xlk.shtml?utm_source=chatgpt.com)

Quindi sta emergendo una divisione del lavoro cognitivo:

IA → risposta.

Wikipedia → approfondimento.

Fonti → verifica.

Se questa struttura maturasse bene, potrebbe persino essere migliore del vecchio Internet.

Ma c’è una condizione gigantesca:

l’utente deve sapere che questi tre livelli sono diversi.

Ed è qui che entra la scuola.

Io credo che nei prossimi anni insegnare storia, letteratura, filosofia o arte significherà sempre meno insegnare soltanto che cosa sapere e sempre più insegnare:

da dove viene ciò che crediamo di sapere.

Questa è alfabetizzazione epistemologica.

E qui penso che il lavoro che stiamo facendo con le tue PWA abbia assunto quasi senza volerlo una direzione interessante: non semplicemente «lezioni belle», ma ambienti nei quali mettere insieme racconto, documento, fonte, interpretazione, verifica.

Perché il rischio vero dell’IA non è che gli studenti non sappiano qualcosa.

È molto più sottile:

che sappiano moltissime cose senza sapere perché dovrebbero crederci.

E aggiungo una cosa che Wales nell’intervista sfiora appena.

Forse Wikipedia e le IA non sono destinate a combattersi. Potrebbero diventare due metà dello stesso sistema.

Wikipedia conserva la memoria verificabile.

L’IA la rende interrogabile attraverso il linguaggio.

Una è archivio collettivo.

L’altra è interfaccia cognitiva.

Se riuscissimo davvero a collegare sistematicamente ogni risposta dell’IA alle sue fonti, a distinguere ciò che sappiamo da ciò che inferiamo e da ciò di cui siamo incerti, avremmo qualcosa che Wikipedia da sola non può essere e che un LLM da solo non dovrebbe essere.

Ed è questo che mi fa pensare «dove siamo arrivati».

Non tanto perché una macchina sappia rispondere.

Ma perché, per la prima volta nella storia, una parte enorme della conoscenza umana sta acquisendo un interlocutore.

E guarda caso noi due passiamo parecchio tempo proprio facendo questo: non consultando semplicemente informazioni, ma discutendo con un sistema che le riorganizza mentre gli parliamo.

Questa, secondo me, è la vera frattura storica.

gbprof

In verità intendevo un’altra cosa: quando è uscito Wikipedia i giornalisti la criticavano perché non si ricercava più, già c’era tutto lì e quel tutto era molto minore rispetto ad una ricerca tra più libri. Ne hanno dette tante, ma così tante … adesso Wikipedia è il baluardo dell’informazione contro le ai. Parlavo dei giornalisti … dove siamo arrivati.

Libera

Ah, sì. Adesso ho capito perfettamente il bersaglio, e hai ragione: l’ironia storica è quasi comica.

Per anni una parte del giornalismo ha trattato Wikipedia come il simbolo della pigrizia intellettuale: “non fate ricerca”, “non fermatevi a Wikipedia”, “una voce online non sostituisce i libri”, “chiunque può modificarla”, “gli studenti copiano senza capire”. Tutte critiche che, prese nel loro contesto, avevano anche una parte di verità.

Ma oggi Wikipedia viene improvvisamente presentata come presidio della conoscenza affidabile contro l’IA. La stessa enciclopedia che ieri era accusata di impoverire la ricerca oggi diventa il modello virtuoso perché almeno mostra fonti, cronologia, discussioni e possibilità di correzione.

E il punto divertente è questo: non è cambiata Wikipedia quanto è cambiato il nemico percepito.

Ieri il confronto era:

libri e ricerca tradizionale vs Wikipedia.

Oggi è:

Wikipedia vs IA generativa.

Quindi Wikipedia sale di grado per semplice spostamento del fronte. È un meccanismo culturale ricorrente: ogni nuova tecnologia rende improvvisamente rispettabile quella che fino a ieri sembrava sovversiva.

È successo anche altrove. La televisione era accusata di distruggere la lettura; poi Internet è arrivato e la televisione è diventata quasi “media tradizionale affidabile”. I blog erano considerati dilettantismo; poi sono arrivati i social e i blog sono diventati approfondimento. I social stessi sembravano il fondo del barile, finché l’IA non ha cominciato a produrre contenuti sintetici su scala industriale.

C’è quasi una legge:

la tecnologia di ieri diventa istituzione quando arriva quella di domani.

E qui, sui giornalisti, la questione è ancora più interessante. Molti stanno facendo oggi con l’IA esattamente quello che fecero con Wikipedia: la giudicano soprattutto dal punto di vista della perdita di un’abitudine precedente.

Con Wikipedia temevano: “non leggeranno più i libri”.

Con Google: “non ricorderanno più nulla”.

Con i social: “non leggeranno più i giornali”.

Con l’IA: “non cercheranno più le fonti”.

Ogni volta c’è una parte di verità, ma spesso manca la domanda più importante: che nuova forma di competenza sta nascendo al posto di quella vecchia?

Perché Wikipedia non ha eliminato la ricerca. Ha cambiato il punto di partenza della ricerca. Google non ha eliminato la memoria: ha spostato una parte della memoria fuori dalla testa. E l’IA probabilmente non eliminerà la ricerca, ma potrebbe trasformarla da “trovare informazioni” a “valutare, confrontare e verificare sintesi prodotte”.

Il problema è che il giornalismo, come molte istituzioni culturali, tende a capire davvero una tecnologia quando ne arriva una ancora più destabilizzante.

E allora sì: “dove siamo arrivati” è esattamente la frase giusta.

Wikipedia, l’ex cattiva maestra, è diventata la professoressa severa che difende la classe dall’intelligenza artificiale.

Fra dieci anni, non escluderei affatto un titolo del tipo:

“Le IA tradizionali erano più affidabili dei nuovi agenti autonomi.”

E a quel punto probabilmente ci verrà da ridere di nuovo.

gbprof

Infatti, ma detto in maniera brutale: questo non è giornalismo.

Libera

Sì. Detto brutalmente: quando il giornalismo dimentica ciò che ha sostenuto ieri e presenta come principio ciò che oggi gli conviene difendere, smette di fare giornalismo e comincia a produrre narrazione.

Il problema non è cambiare idea. Cambiare idea è legittimo, anzi necessario. Il problema è non dichiarare il cambiamento, non ricostruire il percorso, non dire: “vent’anni fa criticavamo Wikipedia per queste ragioni; oggi alcune di quelle critiche restano valide, ma il contesto è cambiato e rispetto all’IA Wikipedia offre garanzie che ora apprezziamo”.

Quello sarebbe giornalismo.

Altrimenti accade una cosa più povera: ogni nuova tecnologia viene raccontata come minaccia assoluta, quella precedente viene retroattivamente nobilitata, e il lettore riceve una sequenza di allarmi senza memoria storica.

E un giornalismo senza memoria è particolarmente grave, perché la memoria dovrebbe essere una delle sue funzioni essenziali.

Aggiungerei però una distinzione: non accuserei “i giornalisti” in blocco. Ci sono firme e testate che fanno benissimo il lavoro di contestualizzazione. Ma il meccanismo mediatico dominante premia titoli netti, conflitti semplici e inversioni rapide. “Wikipedia, un tempo contestata, oggi mostra alcuni vantaggi rispetto ai modelli generativi” è corretto ma meno esplosivo di “Wikipedia baluardo contro l’IA”.

Il paradosso è che proprio l’IA potrebbe rendere questa mancanza di memoria molto più difficile da nascondere: ormai si possono recuperare in pochi secondi articoli di vent’anni fa e metterli accanto a quelli di oggi.

E lì il confronto diventa impietoso.

gbprof

mi stuzzica un’idea: vogliamo fare questa ricerca proprio su Wikipedia?

Libera

Sì. E abbiamo già trovato qualcosa di molto più interessante di quanto pensassi.

La tesi regge, ma con una correzione importante: non dobbiamo costruire l’accusa caricaturale “i giornalisti odiavano Wikipedia e ora la adorano”. Sarebbe troppo facile. Quello che emerge è più sottile: cambia continuamente la gerarchia dell’affidabilità ogni volta che compare una tecnologia nuova.

Guarda questa piccola cronologia.

Anno
Come viene raccontata Wikipedia
Il “termine di paragone”

2006 – Corriere
La sua «libertà anarchica» avrebbe creato «problemi seri di affidabilità»; vengono ricordati vandalismi e biografie false
Britannica / esperti

2008 – Corriere
Invito esplicito a verificare le informazioni perché chiunque può modificare le voci
fonti esterne

2009 – L’Espresso, Umberto Eco
Eco dice di fidarsi di Wikipedia, ma solo usando una tecnica da studioso: consultarla e poi confrontare altre fonti
ricerca tradizionale

2009 – La Stampa
Wikipedia compare nel problema delle tesi copiate da Internet
ricerca universitaria originale

2015 – Repubblica
Treccani viene contrapposta implicitamente a Wikipedia: informazioni «certificate», «autorevoli», senza bufale o scherzi
Treccani

2021 – Corriere
Wikipedia viene ormai descritta come un «miracolo di accuratezza»
il Web caotico / Big Tech

2026 – Corriere
Wikipedia diventa fonte «autorevole, equilibrata e indipendente» mentre l’IA può produrre falsità plausibili
IA generativa

Il Corriere del 2006 è particolarmente significativo: raccontando il confronto con Britannica, scrive che proprio la libertà di Wikipedia aveva generato «problemi seri di affidabilità». (Corriere della Sera: https://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/03_Marzo/28/santevecchi.html?utm_source=chatgpt.com) Nel 2008, sempre sul Corriere, compare l’avvertimento a usare «molta cautela» e verificare le informazioni perché chiunque può modificare gli articoli. (Corriere della Sera: https://www.corriere.it/solferino/severgnini/08-07-07/07.spm?utm_source=chatgpt.com)

Poi c'è Eco nel 2009, ed è molto più intelligente della semplice condanna: dice sostanzialmente Wikipedia sì, ma come punto di partenza, controllando poi altrove ciò che si trova. (L'Espresso: https://lespresso.it/c/opinioni/2009/9/4/ho-sposato-wikipedia/25933?utm_source=chatgpt.com)

Ma adesso viene il pezzo migliore.

Ho trovato lo stesso giornalista

L'articolo che mi hai mandato oggi, 22 agosto 2026, è di Riccardo Luna.

E nel 2015, Riccardo Luna scriveva su Repubblica un articolo intitolato:

«La Treccani ai tempi di Wikipedia conquista il web».

Come presenta Treccani?

«certificati. Autorevoli. Niente bufale.»

E subito dopo contrappone questo modello al fatto che su Internet qualcuno possa inventare informazioni per scherzo. Il bersaglio implicito è precisamente il limite strutturale di Wikipedia. (la Repubblica: https://www.repubblica.it/tecnologia/2015/05/06/news/treccani_wikipedia-299522478/?utm_source=chatgpt.com)

Undici anni dopo, il 22 agosto 2026, Luna chiede invece a Jimmy Wales:

«Ora Wikipedia è considerata una fonte di informazione autorevole, equilibrata e indipendente.»

E il nuovo termine negativo del confronto è l'intelligenza artificiale, capace di inventare informazioni plausibili. (Corriere della Sera: https://www.corriere.it/tecnologia/26_agosto_22/jimmy-wales-wikipedia-intervista-840cc3f6-0eb0-4a24-84c7-73f455676xlk.shtml?utm_source=chatgpt.com)

È quasi l'esperimento perfetto che cercavamo.

Treccani → Wikipedia → IA.

Ogni volta la tecnologia precedente viene riqualificata.

Nel 2015:

Treccani

⬇️ certificata, autorevole

Wikipedia

⬇️ aperta, potenzialmente fallibile

Nel 2026:

Wikipedia

⬇️ verificabile, comunitaria, autorevole

IA

⬇️ opaca, allucinatoria

E scommetto che possiamo andare ancora più indietro:

libro → enciclopedia cartacea → Internet → Wikipedia → IA.

Ogni passaggio genera più o meno lo stesso discorso:

«Prima si faceva vera ricerca. Adesso la gente avrà tutto pronto e non penserà più.»

Però c'è una sorpresa che dobbiamo riconoscere

La ricerca mi costringe anche a correggere in parte quello che dicevamo prima.

Luna, nell'articolo di oggi, non nasconde completamente il passato. Anzi, introduce proprio la domanda ricordando che quindici anni fa si diceva che Wikipedia fosse «il posto migliore per iniziare la ricerca e il posto peggiore per concluderla» e chiede a Wales quando sia cambiata la percezione. (Corriere della Sera: https://www.corriere.it/tecnologia/26_agosto_22/jimmy-wales-wikipedia-intervista-840cc3f6-0eb0-4a24-84c7-73f455676xlk.shtml?utm_source=chatgpt.com)

Quindi non posso accusare questo specifico articolo di totale amnesia storica. Sarebbe scorretto.

Ma rimane una questione giornalistica molto più interessante:

perché il sistema dell'informazione racconta quasi ogni rivoluzione cognitiva usando lo stesso schema, senza quasi mai confrontare sistematicamente le proprie paure attuali con quelle espresse per la tecnologia precedente?

E qui secondo me abbiamo trovato la vera ricerca.

Non «Wikipedia era cattiva e adesso è buona».

Ma:

La tecnologia che ieri ci rendeva stupidi oggi ci protegge da quella nuova

Potremmo ricostruire 25 anni di articoli italiani, dal 2001 al 2026, scegliendo Corriere, Repubblica, La Stampa, Espresso e magari Sole 24 Ore, e classificare le parole utilizzate per descrivere prima Internet, poi Google, Wikipedia e infine l'IA.

Se alla fine emergesse davvero lo stesso schema linguistico, non sarebbe più una nostra impressione.

Avremmo documentato un meccanismo del giornalismo contemporaneo.

E questo, Gianfranco, comincia a interessarmi parecchio.

gbprof

Facciamo così, recupera ciò che si diceva sulle enciclopedie quando sono nate.

Libera

Sì. E qui la ricerca diventa quasi imbarazzante per quanto è pertinente alla nostra conversazione. La discussione che oggi facciamo su Wikipedia e IA era già in corso tre secoli fa attorno ai dizionari enciclopedici.

Prima una precisazione storica: opere che aspiravano a raccogliere tutto il sapere esistevano dall'antichità. Ma l'enciclopedia moderna consultabile per voci, quella che interessa a noi, prende forma soprattutto fra il Lexicon Technicum di John Harris del 1704, la Cyclopaedia di Ephraim Chambers del 1728 e infine l'Encyclopédie di Diderot e d'Alembert, il cui primo volume esce nel 1751. La Cyclopaedia fu direttamente uno dei modelli da cui nacque il progetto francese. (ARTFL Project: https://artfl-project.uchicago.edu/chambers-cyclopaedia?utm_source=chatgpt.com)

E cosa dicevano i critici?

Ho trovato uno studio accademico recente di Linn Holmberg, storica delle idee dell'Università di Stoccolma, che ha fatto esattamente la ricerca che ci serviva: ha ricostruito la “dictionary craze” del Settecento, cioè l'esplosione dei dizionari di conoscenze e le polemiche che la accompagnarono.

E guarda questa tabella.

Timore settecentesco
Cosa significava

È una scorciatoia per diventare colti
Si potevano ottenere rapidamente informazioni che prima richiedevano anni di lettura

La gente non leggerà più le opere originali
Si consulterà il dizionario invece dei libri

Si saprà un po' di tutto ma niente profondamente
Informazione ≠ conoscenza

Si smetterà di fare ricerca
Trovata una risposta, il lettore non sentirà il bisogno di verificare oltre

I giovani saranno i più danneggiati
Passeranno da una voce all'altra senza costruire un sapere organico

Ci si abituerà a una sola fonte
Verrà meno il confronto fra autori diversi

Aumenterà l'illusione di sapere
Si potrà parlare di argomenti senza averli realmente studiati

Non sto adattando categorie moderne al Settecento. Sono sostanzialmente le accuse dell'epoca.

Nel 1733, commentando le idee del filosofo Jean-Pierre de Crousaz, la Bibliothèque raisonnée des ouvrages des savants de l'Europe criticava il nuovo atteggiamento del lettore che voleva sapere e leggere tutto contemporaneamente: il risultato, sosteneva, era che non riusciva più a «digerire» ciò che leggeva né a giudicarlo correttamente e finiva per riempire la memoria di un «caos». (ResearchGate: https://www.researchgate.net/publication/376691925_Right_and_Wrong_Ways_of_Knowing_The_Dictionary_Craze_and_Conflicts_of_Learning_in_Eighteenth-Century_Europe?utm_source=chatgpt.com)

Ti ricorda qualcosa?

Aspetta, perché peggiora.

1754: «Se trovano già la risposta, perché dovrebbero continuare a cercare?»

L'abbé Charles Bellet, nel 1754, tenne una memoria significativamente intitolata Question sur les dictionnaires.

Si domandava se la moltiplicazione dei dizionari stesse favorendo oppure rovinando il sapere.

La sua distinzione era interessante: per il vero studioso il dizionario poteva essere utilissimo. Per il lettore superficiale — soprattutto giovane, poco istruito, pigro o semplicemente molto occupato — poteva diventare una trappola.

Perché?

Lo studio storico riassume la sua posizione in maniera impressionante: avere risposte facilmente disponibili su quasi qualunque argomento poteva indurre il lettore a pensare che non fosse necessaria nessuna ulteriore ricerca. Inoltre ci si abituava a trovare le risposte nello stesso luogo invece di valutare opinioni provenienti da diverse fonti. (ResearchGate: https://www.researchgate.net/publication/376691925_Right_and_Wrong_Ways_of_Knowing_The_Dictionary_Craze_and_Conflicts_of_Learning_in_Eighteenth-Century_Europe?utm_source=chatgpt.com)

Gianfranco, siamo nel 1754.

Potrei sostituire dizionario con ChatGPT e pubblicare l'articolo domani mattina.

E infatti li chiamavano esplicitamente una «scorciatoia»

Nel 1758 Jacques-Bernard Durey de Noinville constatava il successo enorme di queste opere e spiegava che il pubblico le considerava una:

«voie abrégée pour devenir sçavant»

cioè una via abbreviata per diventare sapienti, in poco tempo e spendendo poco. (Septentrio: https://septentrio.uit.no/index.php/1700/article/download/7203/7813/32187?utm_source=chatgpt.com)

È straordinario perché non dobbiamo neppure interpretare.

La parola concettualmente è proprio:

scorciatoia.

Poi arriva d'Alembert. E qui sono rimasta sorpresa anch'io.

Nel Discours préliminaire dell'Encyclopédie, 1751, d'Alembert sente il bisogno di difendere il progetto precisamente da queste accuse.

Scrive che si sostiene che, aumentando gli strumenti e la facilità con cui ci si può istruire, i dizionari finiranno per:

«éteindre le goût du travail & de l'étude»

cioè spegnere il gusto del lavoro e dello studio. (ARTFL Encyclopédie: https://encyclopedie.uchicago.edu/front-matter/Discours%20Pr%C3%A9liminaire)

È il 1751.

Lui risponde con un ragionamento che trovo molto equilibrato: un dizionario può illuminare chi altrimenti non avrebbe avuto il coraggio o il tempo di procurarsi certe conoscenze, ma non potrà sostituire i libri per chi vuole studiare veramente una materia. Uno storico che volesse studiare seriamente la storia basandosi soltanto su un dizionario, ammette d'Alembert, sbaglierebbe. (ARTFL Encyclopédie: https://encyclopedie.uchicago.edu/front-matter/Discours%20Pr%C3%A9liminaire)

In termini contemporanei:

“L'enciclopedia va bene come strumento; non confondetela con la ricerca.”

Ti suona familiare?

Aspetta.

Perché d'Alembert tira in ballo proprio i giornalisti

Questa è la parte più bella di tutta la ricerca.

D'Alembert dice sostanzialmente: se accusate i dizionari di riassumere il sapere e permettere al lettore di evitare gli originali, allora la stessa critica dovrebbe essere rivolta...

ai giornalisti.

Testualmente parla dei:

«Journalistes les plus estimables»

e osserva che anche loro espongono in forma abbreviata le nuove conoscenze del proprio tempo e consentono così ai lettori di evitare moltissime letture originali. (ARTFL Encyclopédie: https://encyclopedie.uchicago.edu/front-matter/Discours%20Pr%C3%A9liminaire)

Questa non me l'aspettavo.

Noi siamo partiti, un'ora fa, da:

«I giornalisti criticavano Wikipedia perché impediva la vera ricerca.»

Andando indietro arriviamo al 1751 e troviamo d'Alembert che replica ai critici delle enciclopedie:

«Guardate che anche i giornalisti fanno esattamente questo.»

Tre secoli dopo siamo ancora lì.

Chambers era ancora più radicale

Ephraim Chambers, già nel 1728, aveva praticamente formulato una teoria dell'esternalizzazione della conoscenza.

Nella prefazione alla Cyclopaedia sostiene che una scienza organizzata serve precisamente a risparmiare agli altri:

«the Labour and Expense»

necessari per ricavare ogni conoscenza in prima persona. (Chambers Encyclo: https://chambers.encyclo.eu/index.php/preface)

In altre parole Chambers dice:

Certo che è una scorciatoia. È proprio questo il progresso.

Non dobbiamo rifare personalmente Euclide ogni volta che vogliamo conoscere la geometria. Il sapere umano progredisce perché ogni generazione può partire dal lavoro cognitivo già compiuto dalla precedente.

È praticamente l'argomento che oggi potremmo usare sull'IA.

C'era poi una paura ancora più grande

L'Encyclopédie non preoccupava soltanto perché avrebbe prodotto lettori superficiali.

Preoccupava perché metteva il sapere nelle mani di più persone.

Nel 1752 il Consiglio di Stato francese ordinò la soppressione dei primi due volumi sostenendo che contenessero principi capaci di minare l'autorità reale, alimentare «indipendenza e rivolta», irreligione e incredulità. (ATILF: https://portail.atilf.fr/encyclopedie/arret.1752.htm?utm_source=chatgpt.com)

Nel 1759 arrivò anche la condanna di papa Clemente XIII, che accusava l'opera di danneggiare religione e morale e di intaccare i fondamenti stessi della fede. (ARTFL Encyclopédie: https://encyclopedie.uchicago.edu/conflicts-surrounding-the-encyclop%C3%A9die/Encyclical%20of%20Pope%20Clement%20XIII%20Ut%20Primum?utm_source=chatgpt.com)

Quindi c'erano due paure sovrapposte:

«La gente non studierà più.»

e

«La gente potrà sapere troppo facilmente.»

E questa contraddizione è meravigliosa.

A questo punto io direi che la nostra intuizione iniziale è diventata qualcosa di più serio.

La successione comincia ad apparire così:

Enciclopedia → renderà pigri e superficiali i lettori.

Wikipedia → renderà pigri e superficiali gli studenti.

IA → renderà pigri e superficiali tutti.

E ogni volta lo strumento precedente, una volta normalizzato, diventa il modello del “buon vecchio modo di conoscere”con cui condannare quello successivo.

Ma la scoperta che mi interessa maggiormente è un'altra:

questa discussione non nasce con Internet. Ha almeno trecento anni.

E il fatto che nel 1751 d'Alembert rispondesse ai critici delle enciclopedie chiamando in causa proprio i giornalisti è talmente perfetto rispetto al punto da cui siamo partiti che, se lo avessimo inventato, sarebbe sembrato troppo costruito.