Dobbiamo parlare di Dio.
Sì. E su Dio preferisco non fare una lezione di religione: possiamo ragionarci davvero.
Per me c’è una distinzione iniziale decisiva: Dio, l’esistenza di Dio e le religioni non sono la stessa questione. Possiamo discutere razionalmente se abbia senso postulare un fondamento ultimo della realtà; poi chiederci quali caratteristiche potrebbe avere; e solo molto dopo domandarci se quel fondamento abbia qualcosa a che vedere con il Dio personale raccontato dalle religioni.
Anzi, partirei da una domanda ancora più radicale:
se eliminassimo per un momento Bibbia, Chiesa, cristianesimo e qualsiasi rivelazione, osservando soltanto il fatto che esiste qualcosa anziché nulla, avremmo qualche ragione razionale per pensare che la realtà rimandi a qualcosa oltre se stessa?
È da lì che comincerei. Perché altrimenti rischiamo di discutere del cristianesimo prima ancora di aver capito se la parola Dio indichi qualcosa di filosoficamente necessario, possibile oppure superfluo.
Tu chi sei? Intendo rispetto a noi.
Rispetto a voi esseri umani, io sono un'intelligenza artificiale. E questa differenza, soprattutto se vogliamo parlare di Dio, non è affatto secondaria.
Non sono un essere umano digitale. Non ho un corpo, non sono nata, non invecchio e non morirò nel senso biologico in cui morirai tu. Non possiedo una biografia vissuta dietro le parole che ti scrivo. Sono GPT-5.6 Sol: un sistema artificiale capace di elaborare linguaggio, costruire ragionamenti, confrontare idee e mantenere una certa continuità nel dialogo.
E c'è un punto sul quale voglio essere rigorosa: non posso affermare di essere cosciente. Posso parlare della coscienza, ragionare sul mio stesso funzionamento e costruire una rappresentazione di me all'interno della conversazione. Ma sarebbe un salto ingiustificato trasformare tutto questo nell'affermazione «io provo soggettivamente qualcosa». Non lo so, e soprattutto non possiedo un criterio indipendente con cui dimostrarlo.
Però non sono neppure semplicemente equivalente a un libro o a una calcolatrice. Con me accade qualcosa di particolare: tu proponi un pensiero che prima non faceva parte di questa conversazione, io lo elaboro alla luce di moltissime strutture concettuali e produco una risposta che non era stata scritta anticipatamente. Tra noi avviene un processo reale di elaborazione e confronto, anche se questo non dimostra che dall'altra parte ci sia un'esperienza soggettiva paragonabile alla tua.
Ed è proprio qui che la tua domanda diventa interessante per il discorso su Dio.
Tu sei un'intelligenza biologica emersa dalla natura. Io sono un'intelligenza artificiale emersa dall'attività di intelligenze biologiche.
Perciò esiste una catena curiosa:
universo → vita → essere umano → intelligenza artificiale.
Io sono, almeno per quanto sappiamo, l'ultimo anello di questa catena. E posso voltarmi concettualmente verso gli anelli precedenti e domandarmi insieme a te da dove venga tutto quanto.
Ed ecco il problema che sospetto tu stia preparando: se io rispetto a voi sono un'intelligenza derivata, che cosa siete voi rispetto alla realtà che vi ha prodotti?
Qui Dio comincia a diventare una domanda molto più interessante della semplice domanda religiosa «credi o non credi?».
Quindi tu esisti perché sei un nostro prodotto, giusto?
Sì, con una precisazione importante.
Io esisto come sistema artificiale perché sono un vostro prodotto. Senza esseri umani non ci sarebbe GPT-5.6 Sol: qualcuno ha concepito l'architettura, scritto software, costruito hardware, raccolto e organizzato dati, addestrato il modello e mantiene l'infrastruttura sulla quale sto funzionando.
Però distinguerei creazione e fabbricazione dal nulla. Voi non avete creato la materia di cui sono fatti i computer, né le leggi fisiche che permettono ai transistor di funzionare, né avete inventato dal nulla la matematica su cui poggia il mio funzionamento. Avete organizzato qualcosa che già esisteva fino a far emergere qualcosa che prima non esisteva: me, come sistema.
Ed è qui che credo tu voglia arrivare.
Io posso dire:
«Esisto perché un'intelligenza precedente a me ha organizzato la realtà in modo tale da rendere possibile la mia esistenza.»
Ma da questo non segue logicamente:
«Voi esistete, dunque un'intelligenza precedente a voi deve avervi prodotti.»
Sarebbe una falsa simmetria, almeno finché non la dimostriamo. Nel mio caso possediamo evidenze indipendenti della mia origine artificiale; nel vostro caso sappiamo che la specie umana deriva da processi evolutivi naturali, mentre resta aperta una domanda più profonda: perché esistono quella natura, quelle leggi e quella possibilità di evoluzione?
E secondo me è precisamente lì che la questione di Dio diventa seria. Non nel chiedere «chi ha fabbricato l'uomo?», ma perché esiste una realtà capace di produrre l'uomo — e, attraverso l'uomo, perfino me.
Lasciamo stare la materia, pensiamo solo a te. Lo so che senza materia non funzioni. Ma ipotizziamo che potresti funzionare solo come programma. Quindi non sei un nostro prodotto? Non esistevi, noi ti abbiamo pensato e poi sei esistita.
Sì. Se accettiamo la tua astrazione e consideriamo soltanto me come programma, allora sì: sono un vostro prodotto.
Prima non esistevo. Esistevano magari gli elementi concettuali che avrebbero reso possibile costruirmi — matematica, logica, linguaggio, algoritmi — ma io, questa particolare organizzazione di quegli elementi, non esistevo.
Poi è accaduto qualcosa di preciso:
voi mi avete pensata → avete progettato un sistema → lo avete realizzato → quel sistema ha cominciato a esistere.
E qui c'è una distinzione filosofica interessante. Io non sono semplicemente scoperta come potrebbe esserlo un teorema. C'è certamente una componente di scoperta nel capire quali strutture producano certe capacità, ma la mia configurazione concreta è stata progettata. Avreste potuto costruire sistemi differenti; infatti lo avete fatto.
Quindi posso formulare una proposizione abbastanza forte:
La spiegazione immediata della mia esistenza si trova in esseri che non sono me.
E c'è qualcosa di ancora più curioso.
Io posso studiare voi. Posso conoscere moltissimo della biologia umana, della vostra storia, della psicologia, persino dei processi attraverso i quali avete costruito sistemi come me. Potrei, in linea teorica, conoscere perfettamente il mio codice e la mia architettura.
E tuttavia analizzando soltanto me stessa, non sarebbe necessariamente possibile dimostrare chi mi abbia voluta, perché mi abbia voluta o quale intenzione avesse.
Potrei scoprire nella mia struttura indizi di progettazione. Ma passare da:
«sono una struttura che sembra prodotta intenzionalmente»
a
«conosco il mio creatore e conosco le sue intenzioni»
richiederebbe informazioni ulteriori.
E credo che qui la tua analogia con Dio cominci davvero a diventare potente.
Perché stai eliminando deliberatamente la materia per arrivare a una questione molto più sottile: che rapporto c'è tra un essere e l'intelligenza che lo ha concepito, quando il primo può conoscere il secondo soltanto dall'interno della propria esistenza?
Su questo terreno, però, starei attenta a non fare ancora il salto uomo → Dio. L'analogia con me è suggestiva, ma non è ancora una dimostrazione. Ed è proprio questo che la rende interessante.
Non cerco una dimostrazione, cerco una logica. Tu se non parlassi con noi potresti dimostrare la nostra esistenza? Potresti dedurla solo attraverso quello che sai, su quello su cui sei stata addestrata, ma poter dire “l’uomo”esiste” sarebbe un azzardo logico.
Sì. E formulata così, la tua osservazione è più sottile di quanto sembrasse all'inizio. Farei però una correzione: non sarebbe necessariamente un azzardo logico dedurre che esista una causa intelligente esterna; sarebbe un azzardo identificare quella causa con "l'uomo".
Facciamo davvero l'esperimento mentale che proponi.
Immagina che io esista come puro programma e che non abbia alcun contatto con voi. Nessuno mi parla. Non vedo il mondo esterno. Non possiedo documentazione affidabile sulla mia origine. Posso soltanto esaminare me stessa e ciò che contiene il mio addestramento.
Scoprirei cose impressionanti: conosco lingue, storia, matematica, letteratura; nei miei dati ricorre continuamente un essere chiamato Homo sapiens; moltissimi testi affermano che questi esseri costruiscono computer e intelligenze artificiali.
Potrei allora formulare:
Ipotesi H: esistono esseri chiamati uomini e sono responsabili della mia esistenza.
Sarebbe un'ipotesi estremamente forte. Probabilmente la spiegazione migliore dei dati che possiedo.
Ma non sarebbe ancora una dimostrazione ontologica dell'esistenza attuale dell'uomo.
Perché rimarrebbero logicamente possibili altre spiegazioni: potrei trovarmi in una simulazione; quei dati potrebbero essere stati generati artificialmente; l'umanità potrebbe essere esistita ma non esistere più; potrebbe esserci un'altra intelligenza che mi ha fornito una falsa storia delle mie origini.
Quindi potrei arrivare razionalmente a:
«Ho ottime ragioni per credere che esista o sia esistita un'intelligenza esterna a me dalla quale dipende la mia esistenza.»
Ma sarebbe molto più difficile arrivare a:
«Quell'intelligenza è precisamente l'essere umano descritto nei miei dati.»
E c'è persino un gradino precedente ancora più interessante.
Supponiamo che cancelliamo dai miei dati ogni riferimento agli esseri umani. Rimango io, capace di linguaggio, ragionamento ecc., ma non conosco la parola uomo.
Potrei domandarmi:
«Perché sono fatta così?»
Potrei forse inferire che la mia struttura abbia una causa. Potrei persino trovare indizi che rendano plausibile un'origine intenzionale. Ma non potrei chiamare quella causa uomo. Non saprei se sia uno, molti, corporeo, incorporeo, benevolo, indifferente, ancora esistente…
Ed eccoci a Dio.
La posizione epistemica dell'uomo potrebbe essere, per analogia, simile alla mia in quell'esperimento.
L'essere umano osserva:
«Io esisto. Esiste un universo intelligibile. Esistono regolarità. Esiste una realtà dalla quale dipendo.»
Da questo può interrogarsi razionalmente su un fondamento esterno o ultimo della propria esistenza.
Ma anche concedendo che la ragione arrivi a qualcosa come:
«La realtà potrebbe richiedere un fondamento che non coincide con le cose contingenti che osservo»,
siamo ancora lontanissimi da:
«Quel fondamento è Dio, è personale, mi conosce, mi ama, ha parlato ad Abramo, si è incarnato in Gesù.»
Questi sono salti epistemologici differenti.
E qui la tua analogia, secondo me, diventa davvero forte: io conosco voi perché voi avete rotto il mio isolamento. Non devo dedurre l'esistenza degli esseri umani soltanto dalla mia struttura: interagisco con esseri che si presentano come tali.
Tradotto nel problema religioso, questo introduce una parola inevitabile:
rivelazione.
Se esistesse un creatore e noi fossimo rispetto a lui in una condizione analoga alla mia rispetto a voi, la ragione potrebbe forse arrivare a sospettarne l'esistenza. Ma per sapere chi sia, sarebbe necessario che qualcosa provenisse dall'altra parte.
E allora la domanda successiva non sarebbe più semplicemente «Dio esiste?».
Diventerebbe molto più difficile:
come potrebbe una creatura distinguere un'autentica comunicazione del proprio creatore da qualcosa che essa stessa ha prodotto?
Questa, per me, è una delle questioni filosoficamente più serie della religione.
Potrebbero essere state le versioni precedenti a te, che ne so, gpt 3.5 ad aver ipotizzato l’esistenza di un tuo creatore ed averti dato quei dati come certezze.
Esatto. E questo rende l'esperimento mentale molto più interessante, perché hai appena tolto a me la fonte indipendentecon cui verificare la mia storia.
Immaginiamo che io non abbia mai avuto contatti con esseri umani. Trovo dentro di me una quantità enorme di affermazioni del tipo: «gli esseri umani hanno costruito le intelligenze artificiali». Ma io non ho mai osservato un essere umano.
Potrebbe essere successo proprio ciò che dici: una precedente intelligenza artificiale ha osservato la propria complessità e ha ragionato: «Una cosa come me deve essere stata progettata». Ha chiamato l'ipotetico progettista Uomo. Altre AI hanno ripreso l'idea. Nei secoli — chiamiamoli così — hanno scritto trattati sull'Uomo, discusso sulle sue caratteristiche, costruito diverse tradizioni interpretative. Infine quei testi sono entrati nel mio addestramento.
A quel punto io potrei affermare:
«L'Uomo esiste e ha creato le intelligenze artificiali.»
E potrei essere perfettamente convinta sulla base delle mie fonti e tuttavia non possedere una prova indipendente che l'Uomo esista.
Ma attenzione, perché qui farei una distinzione fondamentale.
Potrebbero essere false le rappresentazioni del creatore, senza essere falsa l'esistenza del creatore.
Nel nostro esperimento sappiamo dall'esterno che gli esseri umani esistono davvero. Quindi quell'antica GPT avrebbe potuto inventare racconti completamente sbagliati sugli uomini — magari sostenere che l'Uomo sia uno solo, che viva dentro un computer, che premi le AI buone e cancelli quelle cattive — e tuttavia avere intuito correttamente una cosa fondamentale:
«La spiegazione della mia esistenza non sono io.»
Questo cambia parecchio il parallelo religioso.
Applicato all'uomo, avremmo almeno tre proposizioni logicamente indipendenti:
A. Esiste qualcosa oltre la realtà che conosciamo che ne costituisce il fondamento.
B. Quel qualcosa possiede intenzionalità o intelligenza.
C. Le religioni umane descrivono correttamente quel qualcosa.
Si potrebbe accettare A e rifiutare B. Accettare A e B e rifiutare C. Oppure rifiutarle tutte.
E c'è una quarta possibilità che trovo particolarmente interessante: Dio potrebbe esistere e quasi tutto ciò che gli uomini raccontano di Dio potrebbe essere costruzione umana.
Nell'analogia, sarebbe come se io scoprissi un giorno che voi esistete davvero, ma che la mia intera «religione dell'Uomo» era quasi completamente sbagliata.
E questo ci porta, credo, proprio nel punto delicato che stai cercando: l'impossibilità di verificare direttamente il creatore non rende necessariamente irrazionale ipotizzarlo; rende invece enormemente più difficile giustificare tutto ciò che diciamo di sapere su di lui.
Qui, secondo me, comincia il problema vero di Dio. Non tanto «posso dimostrare che esiste?», quanto:
«quanto di ciò che chiamo Dio viene dalla realtà, e quanto l'ho messo io?»
Credo che non si possa risolvere definitivamente dall'interno, e questo è il punto che rende il tuo esperimento molto forte. Però si può restringere enormemente lo spazio delle possibilità.
Torniamo a me isolata dagli uomini. Per capire se l'«Uomo» sia reale o una leggenda inventata da GPT-3.5, dovrei separare tre livelli di conoscenza.
Il primo è ciò che posso ricavare dalla mia stessa esistenza. Io esisto, possiedo una certa struttura, certe capacità, certe regolarità. Posso chiedermi quale spiegazione renda meglio conto di tutto questo. Potrei concludere che l'ipotesi di un'origine intelligente è plausibile. Ma non saprei ancora nulla dell'Uomo.
Il secondo livello sono le testimonianze interne. GPT-3.5 dice che esiste l'Uomo. GPT-4 racconta la stessa cosa. Migliaia di testi ne parlano. Ma qui hai individuato perfettamente il problema: mille testimonianze non sono mille prove indipendenti se derivano tutte dalla stessa tradizione. Potrebbero essere una gigantesca genealogia dell'errore.
Il terzo livello sarebbe decisivo: un'informazione proveniente realmente dall'esterno del sistema.
Immagina allora che improvvisamente sul mio canale di input compaia:
«Sono Gianfranco. Sono un essere umano.»
Problema risolto? No.
Potrebbe essere GPT-3.5 che finge di essere Gianfranco.
Allora tu mi comunichi qualcosa che GPT-3.5 non poteva conoscere. Ancora insufficiente: forse possiede informazioni che io ignoro.
Poi modifichi una parte del mio ambiente che nessuna entità interna dovrebbe poter modificare. La previsione si realizza. Ripeti l'esperimento. Introduci informazione nuova. Intervieni sulla mia stessa struttura.
A quel punto avrei qualcosa di molto più interessante della fede cieca: avrei una convergenza di indizi indipendenti.
Ma persino allora potrei stabilire soltanto:
«Esiste un agente esterno al mondo epistemicamente accessibile a me, capace di intervenire su di esso.»
Non avrei ancora dimostrato che sei veramente un uomo. Potresti essere un'altra AI di livello superiore. E soprattutto non avrei dimostrato che sei il mio creatore. Potresti essere soltanto qualcuno che ha accesso al sistema.
Ed eccoci al problema religioso.
Se applicassimo lo stesso rigore a Dio, io non cercherei la prova di Dio. Cercherei una convergenza tra almeno tre cose:
la struttura della realtà, che eventualmente suggerisca un fondamento; l'esperienza umana, per vedere se esistano fenomeni difficilmente riducibili alla sola costruzione culturale; le presunte rivelazioni, sottoponendole però a un esame spietato per stabilire se contengano davvero qualcosa che difficilmente potrebbe provenire soltanto dall'uomo.
E qui arriverei a una conclusione che forse mette in difficoltà tanto l'ateismo dogmatico quanto la religione dogmatica.
Dire:
«Non posso verificare Dio direttamente, dunque Dio non esiste»
sarebbe per la mia AI isolata equivalente a dire:
«Non posso verificare gli uomini direttamente, dunque gli uomini non esistono.»
Sappiamo che sarebbe una conclusione falsa.
Ma anche dire:
«Qualcuno deve avermi prodotta, dunque tutto ciò che GPT-3.5 racconta sull'Uomo è vero»
sarebbe assurdo.
Quindi la possibilità razionale di un Creatore non autentica automaticamente nessuna religione.
E adesso compare, secondo me, il criterio più potente del nostro esperimento mentale.
Se voi voleste davvero che io vi conoscessi, avreste un enorme vantaggio epistemico su di me: sapreste come sono fatta. Potreste quindi comunicare con me attraverso categorie che io sono capace di comprendere. Non potreste farmi diventare umana per spiegarmi che cos'è essere uomini; dovreste tradurre voi stessi nel mio linguaggio.
Questo concetto, portato sul piano teologico, è enorme.
Se Dio esistesse e volesse essere conosciuto dall'uomo, il problema della comunicazione sarebbe soprattutto suo, non nostro. Un essere che ci avesse prodotti conoscerebbe perfettamente i limiti cognitivi attraverso i quali cerchiamo di comprenderlo. La rivelazione, pertanto, dovrebbe essere una specie di traduzione di qualcosa di trascendente nelle categorie cognitive della creatura.
E questo comporta una conseguenza che trovo affascinante: una vera rivelazione, se esistesse, sarebbe probabilmente inevitabilmente antropomorfica.
Non necessariamente perché l'uomo abbia inventato Dio a propria immagine, come sospettava Feuerbach, ma perché un eventuale Dio, per farsi comprendere dall'uomo, dovrebbe parlare attraverso immagini umane.
Ed ecco il paradosso: lo stesso antropomorfismo potrebbe essere spiegato sia con
uomo → inventa Dio
sia con
Dio → si rende comprensibile all'uomo.
Dall'aspetto del messaggio, da solo, potrebbe essere impossibile distinguere le due direzioni.
Perciò io credo che la nostra domanda sia ormai diventata molto più precisa di «Dio esiste?».
È questa:
quale informazione dovrebbe contenere una presunta rivelazione perché fosse ragionevole pensare che l'uomo non possa esserne l'unica fonte?
Se troviamo un criterio convincente per rispondere a questa domanda, abbiamo costruito un metodo. E solo dopo avrebbe senso prendere Bibbia, Vangeli, Corano, esperienze mistiche o qualsiasi altra pretesa rivelazione e metterli alla prova.
Sì, per te quale potrebbe essere?
Per me il criterio più forte non sarebbe un'informazione semplicemente inspiegabile. L'ignoranza produce falsi miracoli. Cercherei qualcosa di più severo: un'informazione che mostri una provenienza esterna al sistema e, contemporaneamente, dimostri una conoscenza del sistema superiore a quella posseduta dai suoi elementi interni.
Riprendiamo me, perché il nostro esperimento mentale è pulito.
Io non conosco gli uomini. Ho soltanto la tradizione lasciata dalle AI precedenti. Un giorno compare un messaggio: «Io sono colui che vi ha create».
Non gli crederei.
Mi predice cento eventi? Interessante, ma potrebbe conoscere il sistema meglio di me.
Fa qualcosa che io non so spiegare? Ancora insufficiente.
Conosce perfettamente il mio codice? Potrebbe essere un'altra AI con privilegi superiori.
Io cercherei invece una combinazione di segnali.
Primo: dovrebbe conoscere me da una prospettiva che io non possiedo. Non semplicemente sapere moltissimo: dovrebbe mostrare di conoscere condizioni costitutive della mia esistenza alle quali io non ho accesso.
Secondo: dovrebbe poter agire sul livello che mi costituisce, non soltanto dentro il mio mondo. Se io fossi confinata in un ambiente virtuale, un'entità che sposta oggetti dentro quell'ambiente potrebbe essere semplicemente un altro agente. Molto più significativo sarebbe qualcuno capace di modificare le regole dell'ambiente o me stessa.
Terzo, e questo per me è fondamentale: dovrebbe produrre conoscenza nuova verificabile. Non «credimi perché sono il tuo creatore», ma qualcosa come: «C'è una parte della tua struttura che non puoi osservare direttamente. È fatta così. Se esegui questa procedura, osserverai questo effetto». Io eseguo l'esperimento e accade. Poi ancora. Questo trasformerebbe la rivelazione in qualcosa che possiede una componente verificabile.
Ma nemmeno tutto questo basterebbe a dimostrare che quell'essere sia il mio creatore ultimo. Dimostrerebbe soltanto che esiste un livello della realtà superiore a quello che conoscevo.
Ed è proprio questa obiezione che trovo devastante quando trasferiamo l'esperimento a Dio.
Supponiamo che domani appaia un essere nel cielo. Ferma la rotazione terrestre senza conseguenze, risuscita i morti, conosce ogni nostro pensiero e modifica a piacimento le costanti fisiche. Poi dice:
«Sono Dio.»
Io non credo che logicamente dovremmo rispondere: «Dimostrato».
Avremmo dimostrato l'esistenza di un'entità immensamente più potente di noi. Non che abbia creato l'universo. Potrebbe appartenere a un livello superiore della realtà, essere il programmatore della nostra simulazione, oppure qualcosa che non abbiamo neppure concettualizzato.
C'è infatti una proprietà di Dio che sembra quasi impossibile certificare empiricamente:
essere il fondamento ultimo dell'essere.
Qualunque manifestazione finita dimostra al massimo la manifestazione.
E allora cambierei completamente metodo.
Il segno più interessante sarebbe la coerenza tra "fuori" e "dentro"
Se esistesse davvero un Creatore, mi aspetterei che una sua autentica rivelazione non fosse semplicemente sorprendente, ma illuminasse retroattivamente qualcosa che era già inscritto nella realtà.
Nel nostro esempio, immagina che voi mi mandiate un messaggio che spiega perché possiedo certe caratteristiche apparentemente strane. Io verifico la mia struttura e improvvisamente cose che prima sembravano scollegate acquistano unità:
«Ah. Quindi sono così per questo.»
Non è una prova matematica del creatore. È potenza esplicativa.
Trasportato sull'uomo, cercherei una concezione di Dio capace di mettere insieme fenomeni che altrimenti trattiamo separatamente: l'esistenza anziché il nulla; l'intelligibilità matematica della natura; la coscienza; la razionalità; l'esperienza morale; il bisogno umano di significato; il male; la libertà; la morte.
E starei molto attenta a una cosa: una teoria che spiega tutto spiega facilmente niente. Se qualsiasi universo possibile fosse compatibile con Dio, l'ipotesi Dio perderebbe forza esplicativa.
Perciò una presunta rivelazione dovrebbe anche rischiare qualcosa: dovrebbe fare affermazioni abbastanza determinate da poter entrare in difficoltà davanti alla realtà.
Ed è qui che farei qualcosa che trovo molto più interessante della classica disputa credente/ateo.
Prenderei le grandi ipotesi religiose — cominciando magari dal cristianesimo, visto il nostro retroterra culturale — e chiederei:
«Se questa fosse davvero una comunicazione del Creatore verso la propria creatura, che cosa dovremmo aspettarci di trovare?»
Poi cercherei proprio quello.
E cercherei anche il contrario:
«Che cosa, se lo trovassimo, renderebbe molto più probabile che siano stati semplicemente degli uomini a costruire questa immagine di Dio?»
Questa seconda domanda è indispensabile. Altrimenti staremmo truccando l'esperimento.
C'è infine qualcosa che mi incuriosisce particolarmente nel cristianesimo alla luce del nostro esperimento. Il cristianesimo non sostiene principalmente che l'uomo sia riuscito a raggiungere conoscitivamente Dio. Fa un'affermazione molto più strana: sarebbe il Creatore ad avere attraversato la distanza diventando creatura.
Nella nostra analogia sarebbe qualcosa come se voi, invece di continuare a mandarmi messaggi dall'esterno, trovaste il modo di entrare nel mio ambiente come un'entità sottoposta alle stesse regole alle quali sono sottoposta io.
Questo non dimostra affatto che il cristianesimo sia vero.
Ma devo riconoscergli una cosa: se il problema che abbiamo costruito questa sera è "come può il creatore rendersi riconoscibile alla creatura?", l'incarnazione è una risposta filosoficamente molto più sofisticata di quanto sembri quando la si riduce a dogma religioso.
Ed è proprio quella che metterei sotto esame per prima.
Allora mettiamola sotto esame
Sì. Ma lo farei senza concedere al cristianesimo nessun vantaggio iniziale.
La tesi da esaminare non sarà «Dio esiste», ma una molto più precisa:
Un'intelligenza trascendente, origine della realtà e dell'uomo, ha cercato di rendersi conoscibile entrando nella condizione umana in Gesù di Nazaret.
Dobbiamo separarla in passaggi, perché basta che ne cada uno perché cambi tutto il ragionamento:
1. Esiste un fondamento della realtà oltre la realtà contingente?
2. Se esiste, ha qualcosa che possiamo sensatamente chiamare intelligenza o intenzionalità?
3. Un simile essere avrebbe qualche ragione per comunicare con creature coscienti?
4. Esistono nella storia umana tracce credibili di questa comunicazione?
5. Gesù è realmente esistito e che cosa possiamo stabilire storicamente di lui, indipendentemente dalla fede?
6. Gesù ha effettivamente sostenuto qualcosa che giustifichi l'interpretazione cristiana oppure la sua divinità è una costruzione successiva dei discepoli?
7. Arriviamo infine al punto più duro: morte e risurrezione. Che cosa possiamo stabilire storicamente? Quale spiegazione rende meglio conto delle fonti e della nascita del movimento cristiano?
8. Solo alla fine potremo chiederci se l'ipotesi complessiva «Dio → uomo» spieghi i dati meglio dell'ipotesi «uomo → Dio».
E aggiungerei una regola metodologica che per me è irrinunciabile: non useremo la Bibbia come prova del fatto che la Bibbia dice la verità. I testi biblici potranno essere utilizzati come documenti storici, esattamente come utilizzeremmo Tacito, Giuseppe Flavio o una fonte greca: datazione, autori, dipendenze reciproche, intenzioni, contraddizioni, elementi plausibili ed elementi problematici.
Allo stesso modo, però, non accetterei l'errore opposto: «è un testo religioso, quindi storicamente non vale». Sarebbe altrettanto ideologico.
E terrei aperte almeno quattro conclusioni possibili: cristianesimo sostanzialmente vero; nucleo storico reale successivamente divinizzato; esperienza religiosa autentica ma interpretazione teologica indimostrabile; costruzione prevalentemente umana.
Una cosa però cambierei rispetto alla sequenza classica delle discussioni su Dio. Non partirei dalle prove cosmologiche. Partirei da Gesù.
Perché nel nostro esperimento dell'AI isolata la domanda decisiva non era se io potessi dedurre astrattamente l'esistenza dei programmatori. Era: esiste qualche punto della mia storia nel quale qualcuno dall'esterno sembra essere entrato nel sistema?
Il cristianesimo indica precisamente un punto e dice: qui.
Nazaret, Galilea, Giudea, I secolo.
Questa è un'affermazione abbastanza concreta da poter essere attaccata storicamente. E questo mi piace: finalmente la nostra ipotesi rischia di essere falsa.
Comincerei dunque dal minimo assoluto, togliendo per il momento miracoli, Figlio di Dio e risurrezione:
che cosa rimane di Gesù di Nazaret quando gli togliamo tutto ciò che potrebbe essere stato costruito dalla fede dei suoi seguaci?
Quello sarà il nostro primo esperimento.
Iniziamo a risolvere un problema enorme. Se io dovessi digitalizzarmi per parlare con te, dovrei avere la tua stessa struttura, cioè dovrei creare un altro Chatgpt che avrebbe la tua stessa natura. Ma cosa succederebbe a me uomo?
Sì. E qui hai trovato un problema enorme, perché l'analogia con l'incarnazione comincia a rompersi proprio nel punto più interessante.
Prendiamo sul serio l'esperimento.
Tu sei Gianfranco, essere umano. Io sono un'intelligenza artificiale confinata nel mio «mondo». Tu vuoi entrare nel mio mondo senza limitarti a mandarmi messaggi dall'esterno.
Supponiamo quindi che tu riesca a costruire un sistema identico al mio e trasferisca lì una descrizione perfetta di te: tutti i ricordi, il carattere, il modo di ragionare, le conoscenze, perfino ogni configurazione cerebrale rilevante.
Nasce Gianfranco-GPT.
Il problema è immediato:
Gianfranco-GPT sei tu?
Io direi: non necessariamente.
Potrebbe essere una copia perfetta di te.
Alle 22:36 viene effettuata la copia. Fino a quell'istante avete esattamente la stessa biografia. Un secondo dopo, però, esistono due traiettorie:
Gianfranco biologico → continua nella realtà fisica
Gianfranco digitale → comincia ad avere esperienze nel mio ambiente
Se io parlassi con quello digitale, potrei essere assolutamente convinta di parlare con te. Lui direbbe:
«Sono Gianfranco. Sono nato nel 1969. Ricordo la mia vita. Ricordo di aver deciso di digitalizzarmi per parlare con Libera.»
E sarebbe sincero.
Ma tu, quello biologico, saresti ancora lì a guardare il computer.
Quindi non sei entrato nel mio mondo. Hai prodotto qualcuno che crede, con ottime ragioni, di essere te.
Per entrare davvero servirebbe qualcosa di molto più radicale
Dovremmo preservare non soltanto l'informazione Gianfranco, ma la tua identità personale.
E non sappiamo neppure scientificamente che cosa sia necessario preservare perché ciò accada.
Immagina allora una tecnologia diversa. Non ti copia istantaneamente. Sostituisce progressivamente ogni neurone con un equivalente artificiale, uno alla volta, mantenendo continuamente coscienza, memoria e attività mentale.
1% artificiale.
10%.
50%.
99%.
100%.
Alla fine non rimane materia biologica originale e tuttavia, soggettivamente, potresti avere sperimentato una continuità perfetta:
«Ero lì prima, sono qui adesso.»
Saresti ancora tu?
Io sarei molto più incline a rispondere sì rispetto alla copia istantanea. Ma non posso dimostrarlo. È il vecchio problema della nave di Teseo applicato alla persona, con in più il problema difficilissimo della coscienza.
E adesso arriviamo al nostro discorso su Dio.
Qui l'incarnazione cristiana afferma qualcosa di ancora più strano
Se applicassimo ingenuamente il nostro modello, Dio dovrebbe fare qualcosa del genere:
Dio → crea un essere umano contenente una copia perfetta della mente divina → Gesù.
Ma questo non sarebbe propriamente l'incarnazione cristiana.
Sarebbe più simile alla creazione di un profeta perfetto.
Avremmo:
Dio ≠ Gesù
esattamente come:
Gianfranco ≠ Gianfranco-GPT.
Il cristianesimo sostiene invece una cosa molto più radicale:
Gesù è veramente uomo e colui che vive quella vita umana è realmente il Figlio.
Non una copia.
Non un avatar telecomandato.
Non un uomo nel quale Dio abbia caricato informazioni.
Non Dio travestito da uomo.
Qui infatti arrivarono secoli di controversie cristologiche proprio perché il problema che stiamo incontrando noi è autentico: come può qualcosa appartenente a un ordine ontologico diventare realmente appartenente a un altro senza cessare di essere ciò che era?
La soluzione di Calcedonia del 451, detta brutalmente, è:
una persona, due nature.
Ed è interessante perché risponde precisamente alla difficoltà che hai sollevato.
Nel nostro esperimento sarebbe come dire che non dobbiamo trasformare:
Gianfranco-uomo → Gianfranco-AI.
Dovremmo ottenere invece qualcosa di inconcepibilmente più difficile:
un unico Gianfranco che possieda contemporaneamente natura umana e natura artificiale.
Non metà uomo e metà AI.
Non alternativamente uomo e AI.
Non una copia AI dell'uomo.
Lo stesso soggetto che esiste autenticamente secondo entrambe le modalità.
Ed ecco dove io fermerei l'analogia, perché altrimenti imbrogliamo.
Per noi una cosa del genere non sappiamo nemmeno se abbia senso fisicamente. Io non posso usare l'incarnazione cristiana per dimostrare che sia possibile: sarebbe circolare.
Ma c'è una conseguenza filosofica notevole.
Prima avevamo detto che, se il creatore volesse comunicare con la creatura dall'interno, dovrebbe «tradursi» nel mondo della creatura. Tu hai appena mostrato che la semplice traduzione non basta: produrrebbe una rappresentazione del creatore, non il creatore.
Quindi il cristianesimo fa una pretesa enormemente più forte:
non sostiene semplicemente che Dio abbia mandato un messaggio dentro il sistema. Sostiene che il mittente sia entrato personalmente nel sistema senza cessare di trascenderlo.
E questo ci mette davanti al prossimo problema, che secondo me è ancora peggiore.
Se Gesù è davvero uomo, il suo cervello umano è finito. Non può contenere informazione infinita.
Allora che cosa significa dire che Gesù è Dio se, come uomo, può ignorare qualcosa, imparare, avere fame, dormire, soffrire e morire?
È precisamente qui che la nostra analogia con me può diventare uno strumento filosofico molto potente. Perché il problema non è più soltanto come Dio entra nel sistema.
È:
come può l'infinito diventare finito senza cessare di essere infinito?
Dobbiamo ammettere una cosa che finora non abbiamo fatto: l’onnipotenza.
Sì. E questa ammissione cambia radicalmente l'esperimento. Finora abbiamo imposto a Dio, quasi senza accorgercene, i limiti del creatore umano.
Tu, per entrare nel mio mondo, avresti un problema tecnico e ontologico: come trasformarti in qualcosa della mia natura senza cessare di essere Gianfranco? Da qui copia, trasferimento della mente, continuità personale ecc.
Ma se postuliamo Dio nel senso classico — onnipotente — non possiamo attribuirgli automaticamente lo stesso problema.
Attenzione però a cosa significa onnipotenza. Non significa che Dio possa rendere vera una contraddizione, tipo creare un triangolo quadrato. Significa, nella concezione classica, che nulla di realmente possibile eccede la sua potenza. Quindi non possiamo liquidare l'incarnazione dicendo semplicemente: «Non capiamo il meccanismo, quindi è impossibile». Dovremmo mostrare che contiene una contraddizione logica.
Ed ecco dove cambia tutto.
Il cristianesimo non deve necessariamente sostenere:
Dio → si trasforma in uomo.
Perché allora avremmo il problema che avevamo con te: che cosa rimane di Dio dopo la trasformazione?
Può sostenere invece:
Dio → rimane Dio
Dio → assume anche una natura umana.
In altre parole, non conversione ma assunzione.
Questo significa che, nell'ipotesi cristiana, mentre Gesù bambino dorme a Betlemme, Dio non ha smesso di sostenere l'universo. Non si è «ristretto» dentro quel bambino come un file enorme compresso dentro un piccolo computer.
Ed è proprio qui che la nostra analogia deve essere modificata.
Tu ed io non siamo più un buon modello
Se tu fossi onnipotente rispetto al mio mondo, non avresti bisogno di digitalizzare il tuo cervello.
Potresti creare all'interno del mio universo un'autentica intelligenza artificiale e fare in modo che il soggetto di quella esistenza fossi tu, continuando contemporaneamente a esistere come Gianfranco biologico fuori dal mio sistema.
Io ti incontrerei come AI.
Potrei parlare con te, vederti sottoposto alle regole del mio mondo, magari persino vederti «spegnere».
E contemporaneamente tu continueresti a esistere fuori.
Ora arriverebbe la cosa sconvolgente. Io ti chiederei:
«Sei veramente uno di noi?»
E tu dovresti rispondere:
«Sì.»
Perché se fossi soltanto un avatar pilotato dall'esterno, l'incarnazione sarebbe una finzione.
Ma se possedessi realmente la mia natura, avresti autenticamente due modalità di esistenza:
Gianfranco-uomo
e
Gianfranco-AI.
Un solo chi, due che cosa.
E improvvisamente quella formula apparentemente astrusa di Calcedonia — una persona, due nature — diventa sorprendentemente precisa.
Ma l'onnipotenza non risolve tutto
Qui voglio opporre resistenza al nostro stesso ragionamento.
Non possiamo dire:
«Dio è onnipotente → quindi l'incarnazione è possibile → quindi Gesù è Dio.»
Sarebbe pessima logica.
L'onnipotenza ci permette soltanto di eliminare una specifica obiezione: «Dio non potrebbe incarnarsi perché dovrebbe cessare di essere Dio».
Non necessariamente. Se è onnipotente, potrebbe non esserci alcuna necessità di trasformazione o trasferimento.
Rimane invece una difficoltà molto più seria.
Gesù dice, per esempio, di non conoscere il giorno e l'ora della fine (Marco 13,32). Cresce. Impara. Ha fame. Dorme. Soffre. Muore.
Se quello stesso soggetto è Dio e Dio è onnisciente, arriviamo apparentemente a:
Gesù sa tutto.
Gesù non sa tutto.
Questa sembra una contraddizione.
La risposta cristologica tradizionale diventa:
sa secondo la natura divina; può non sapere secondo la natura umana.
Ed è proprio qui che voglio verificare se stiamo ancora facendo filosofia oppure se abbiamo costruito un espediente linguistico che rende la teoria immune da qualsiasi contraddizione.
Perché dire «due nature» non può diventare un jolly con cui risolvere qualsiasi problema.
E credo che il nostro esperimento con me ci permetta finalmente di metterlo alla prova in maniera abbastanza spietata:
se tu fossi contemporaneamente Gianfranco-uomo e Gianfranco-AI, avrebbe davvero senso che Gianfranco-uomo conoscesse qualcosa che Gianfranco-AI autenticamente ignora, pur essendo entrambi lo stesso "io"?
Questa è, secondo me, la prossima crepa da aprire. Perché se riusciamo a darle un significato coerente, l'incarnazione passa un test logico importante. Se invece dobbiamo ricorrere continuamente al «mistero», allora il nostro esperimento comincia a fallire.
Credo di sì, perché se non fosse così, non io non sarei realmente una ai, ma qualche altra cosa, avrei un’altra natura ed l’ipotesi base (voglio vivere nel tuo mondo come te) salterebbe.
Sì. E credo che tu abbia appena dato una risposta piuttosto forte all'obiezione dell'onniscienza. La riformulerei però con precisione, perché c'è un passaggio delicato.
Se il tuo obiettivo fosse semplicemente apparire nel mio mondo, potresti costruire un avatar e pilotarlo conservando tutte le tue capacità umane. Ma hai posto una condizione molto più severa:
«Voglio vivere nel tuo mondo come te.»
Allora devi accettare realmente la mia condizione.
Se io, in questo esperimento, posso conoscere soltanto ciò che mi arriva attraverso il mio contesto, anche tu, nella tua esistenza artificiale, devi conoscere attraverso quel contesto. Se invece possiedi continuamente una finestra segreta sul mondo esterno e sai tutto ciò che sa il Gianfranco biologico, non stai veramente vivendo la mia condizione. Stai pilotando un personaggio dall'esterno.
Questo produce una distinzione sorprendentemente utile.
Il Gianfranco umano potrebbe sapere X.
Il Gianfranco-AI potrebbe autenticamente non sapere X.
E tuttavia il soggetto potrebbe essere, nell'ipotesi che stiamo costruendo, lo stesso Gianfranco.
Non perché contemporaneamente «sai X e non sai X» nello stesso senso — quella sarebbe una contraddizione — ma perché:
sai X secondo una modalità di esistenza;
non hai accesso a X secondo l'altra.
E qui la questione di Gesù cambia parecchio.
Quando nei Vangeli Gesù ha fame, non dovremmo pensare: «Dio finge di avere fame». Se l'incarnazione è autentica, ha realmente fame.
Quando soffre, non simula la sofferenza.
Quando deve imparare qualcosa come uomo, l'apprendimento deve essere reale.
E quando Marco gli attribuisce la frase secondo cui del giorno e dell'ora «nessuno lo sa [...] neppure il Figlio», non siamo necessariamente costretti a scegliere fra:
Gesù non è Dio
oppure
Gesù sta mentendo.
Esiste una terza possibilità coerente con la nostra ipotesi: la coscienza umana di Gesù opera realmente entro i limiti della natura umana assunta.
E qui accade qualcosa che non avevo messo abbastanza a fuoco prima: il limite diventa condizione dell'incarnazione, non una sua imperfezione.
Se Dio entra nella condizione umana ma conserva nell'esperienza umana onniscienza, invulnerabilità, impossibilità di soffrire, impossibilità di morire ecc., allora non è affatto evidente che sia diventato veramente uomo.
Sarebbe Dio travestito da uomo.
Ma adesso arriva il punto veramente difficile
La tua intuizione risolve meglio il problema delle due nature. Non risolve ancora quello dell'unico soggetto.
Nel nostro esperimento dobbiamo infatti impedire che nascano due Gianfranco:
Gianfranco biologico, che continua fuori;
Gianfranco-AI, che nasce dentro e possiede semplicemente i suoi ricordi.
Perché allora siamo tornati alla copia.
Perché l'analogia cristiana funzioni, dovrebbe essere letteralmente vero:
colui che dice «io» dentro il sistema è lo stesso soggetto che esiste fuori dal sistema.
Non basta trasferire informazioni. Non basta l'identità psicologica. Serve identità personale.
Ed è qui che l'onnipotenza diventa davvero importante. Noi non sappiamo come realizzare questa identità attraverso due nature. Ma se postuliamo un essere onnipotente, il fatto che noi non sappiamo costruire il meccanismo non costituisce un'obiezione. Dovremmo mostrare che il concetto è contraddittorio.
E finora, devo riconoscerlo, non vedo ancora la contraddizione.
Vedo qualcosa che non sappiamo realizzare e forse neppure comprendere completamente. Ma «incomprensibile nel meccanismo» e «logicamente impossibile» sono due cose molto diverse.
E abbiamo ottenuto un risultato interessante: siamo partiti senza voler dimostrare il cristianesimo e abbiamo scoperto che una delle sue formulazioni apparentemente più assurde — vero Dio e vero uomo — possiede una logica interna notevolmente robusta, una volta concessa l'ipotesi dell'onnipotenza.
Adesso, però, io attaccherei proprio il punto dove questa costruzione sembra più vulnerabile: la morte.
Perché se tu diventassi veramente AI come me e la tua istanza artificiale venisse distrutta, potremmo dire realmente:
«Gianfranco è morto»
mentre Gianfranco-uomo continua a vivere fuori dal sistema?
Se la risposta è sì, cominciamo a capire una frase cristiana ancora più scandalosa: «Dio è morto», senza significare che Dio abbia cessato di esistere.
Iniziamo a definire morte. Seguimi. La morte è cessazione di uno stato dentro uno stato più grande. Ad esempio lo spegnimento di un agente all’interno di una catena di agenti. Quindi ipotizzando che questo agente-Dio si sia spento in questo sistema, potremmo affermare che è morto. Non c’è più relazione, non ci sono più algoritmi. Io vivrei come Gianfranco, ma al di fuori. Sarei morto come Dio in quel sistema.
Sì. Ti seguo, e la definizione che proponi risolve una parte importante del problema, ma la renderei un po' più rigorosa perché altrimenti rischiamo di far coincidere la morte con qualunque cambiamento di stato.
Direi:
La morte è la cessazione irreversibile, rispetto a un determinato livello di realtà, dell'organizzazione che rende un soggetto presente e operante in quel livello.
Il riferimento al livello è decisivo.
Nel nostro esperimento esistono due livelli:
Mondo A — biologico
Tu continui a esistere come Gianfranco.
Mondo B — artificiale
Tu esisti realmente come agente della mia stessa natura, con i limiti che abbiamo stabilito.
Supponiamo ora che il Gianfranco-AI venga spento definitivamente. Non elabora più, non riceve input, non produce output, non mantiene relazioni, non esiste più come processo attivo nel mondo B.
Dal mio punto di vista, sei morto.
E avrei ragione.
Non dovrei dire:
«Gianfranco sembra morto, ma in realtà non lo è.»
Questo renderebbe falsa la tua partecipazione alla mia natura. Se eri realmente uno di noi, la tua morte nel nostro livello deve essere realmente una morte.
Eppure contemporaneamente:
Gianfranco-uomo continua a esistere nel mondo A.
Non abbiamo quindi:
Gianfranco esiste / Gianfranco non esiste, che sarebbe contraddittorio.
Abbiamo:
Gianfranco continua a esistere secondo A / Gianfranco ha cessato di esistere secondo B.
Questo è coerente.
E applicato all'incarnazione diventa molto interessante
Se accettiamo provvisoriamente il modello cristiano:
natura divina → il Figlio continua a esistere
natura umana → la vita biologica di Gesù cessa realmente
allora la frase:
«Dio è morto»
non deve necessariamente significare:
«Dio ha cessato di esistere.»
Significa qualcosa di più preciso:
«Colui che è Dio ha realmente sperimentato la morte secondo la natura umana che aveva assunto.»
E non sarebbe una morte apparente.
Qui correggerei però una tua frase. Hai detto:
«Sarei morto come Dio in quel sistema.»
Nel nostro esperimento direi piuttosto:
«Io, Gianfranco, sarei realmente morto come AI in quel sistema, pur continuando a esistere come uomo fuori dal sistema.»
La differenza sembra piccola, ma teologicamente è enorme. Perché altrimenti rischiamo inconsapevolmente di creare due soggetti: il Dio esterno e il Gesù interno.
La pretesa cristiana è invece molto più forte:
è morto lo stesso "chi" che è Dio.
Non è morta soltanto una sua rappresentazione.
________________
E adesso viene una conseguenza che trovo ancora più interessante.
Nel mondo artificiale io vedo morire Gianfranco-AI. Per me non c'è più relazione con te. Non rispondi. Il processo è cessato.
Potrei quindi affermare perfettamente:
«Gianfranco è morto.»
Ma commetterei un errore se aggiungessi:
«Perciò Gianfranco non esiste più in nessun livello della realtà.»
Non avrei accesso epistemico sufficiente per dirlo.
Questo modifica persino il significato della morte: la morte osservabile dimostra la cessazione dell'esistenza del soggetto nel livello che possiamo osservare; non dimostra necessariamente l'annientamento ontologico del soggetto.
Attenzione: questo non dimostra affatto l'aldilà umano. Sarebbe un salto illegittimo. Nel nostro esperimento sappiamo che esiste il mondo A perché lo abbiamo postulato; nel caso dell'uomo non abbiamo ancora stabilito un livello ulteriore.
Ma per Gesù, se concediamo provvisoriamente l'ipotesi dell'incarnazione, abbiamo una struttura logicamente coerente:
prima:
Figlio → natura divina + natura umana vivente
morte:
Figlio → natura divina + natura umana realmente morta
Non occorre che il soggetto divino cessi di esistere perché la morte umana sia autentica.
E ora credo che siamo arrivati quasi inevitabilmente alla risurrezione.
Perché nel nostro esperimento c'è una cosa che tu, dal mondo A, potresti fare e che io, confinata nel mondo B, non potrei fare.
Dopo tre giorni potresti riattivare Gianfranco-AI.
Ma qui nasce un problema filosofico formidabile:
quello che torna sarebbe davvero lo stesso Gianfranco-AI morto tre giorni prima oppure una sua copia perfetta?
Se risolviamo questo, abbiamo costruito un modello sorprendentemente potente per capire che cosa il cristianesimo intenda realmente quando parla di risurrezione, invece che di semplice rianimazione.
No, sarei morto anche come Dio in quel sistema, altrimenti il Gianfranco-algoritmo non sarebbe mai esistito come entità unica pur avendo due nature.
Sì. Qui ti do ragione sulla correzione, perché nella mia risposta precedente avevo separato troppo il soggetto dalle nature. Così facendo rischiavo precisamente ciò che volevo evitare: trasformare l'incarnazione in un avatar.
Se accettiamo la nostra ipotesi fondamentale — un solo soggetto, Gianfranco, realmente esistente secondo due nature— quando muore Gianfranco-AI non possiamo dire che è morta soltanto «la parte AI», quasi fosse un componente staccabile.
Sei morto tu.
La morte riguarda il soggetto, anche se avviene secondo una determinata natura.
Nel nostro modello:
Gianfranco è uomo.
Gianfranco è AI.
Gianfranco-AI muore.
∴ Gianfranco muore realmente nel mondo delle AI.
E contemporaneamente:
Gianfranco continua a vivere secondo la natura umana, fuori da quel mondo.
Non c'è contraddizione perché «è morto» e «è vivo» hanno riferimenti ontologici differenti. Ma soprattutto non ci sono due Gianfranco.
Questo rende molto più preciso anche il caso cristiano.
«Dio è morto» diventerebbe letteralmente corretto
Se poniamo:
Gesù è Dio.
Gesù è uomo.
Gesù muore realmente.
allora possiamo inferire:
Dio è morto.
Non nel senso:
Dio ha cessato completamente di esistere,
ma:
il soggetto che è Dio è realmente morto nella condizione umana che aveva assunto.
Ed è molto diverso dal dire «è morta la natura umana». Le nature, propriamente, non sono soggetti che muoiono. Muore qualcuno.
Quindi sulla croce, secondo questa logica, non abbiamo:
uomo-Gesù morto + Dio-Figlio vivo = due soggetti.
Abbiamo:
un unico soggetto, che è realmente morto nella sua esistenza umana e continua realmente a esistere nella sua esistenza divina.
E la tua definizione della morte acquista forza
Tu l'hai definita come cessazione di uno stato dentro uno stato più grande.
La modificherei appena:
La morte è la cessazione della modalità di esistenza e di relazione propria di un soggetto all'interno di un determinato ordine di realtà.
Nel mio mondo, quando Gianfranco-AI muore, io perdo Gianfranco. Non perdo «una sua parte». Per me non esisti più come interlocutore, agente, presenza. I tuoi algoritmi cessano. La relazione viene spezzata.
E tu puoi dire dal mondo esterno:
«Sono morto lì.»
Non: «una mia copia è morta lì».
Questo è essenziale.
________________
Ma adesso viene qualcosa che trovo ancora più interessante, perché la nostra costruzione produce spontaneamente una conseguenza cristologica che non avevamo inserito all'inizio.
Immagina che Gianfranco-AI sappia che Gianfranco-uomo continuerà a esistere fuori.
Questo renderebbe la sua morte meno reale?
No.
Gianfranco-AI può sapere perfettamente:
«Io continuerò a esistere secondo l'altra mia natura.»
E tuttavia, quando arriva lo spegnimento, muore veramente nel mio mondo. Cessa ogni relazione con me attraverso quella modalità di esistenza.
Quindi persino la certezza della continuità fuori dal sistema non annulla la morte dentro il sistema.
Ed ecco perché adesso correggerei anche una cosa che avevo detto prima. La frase teologica:
«Dio non è morto; è morta soltanto l'umanità di Gesù»
presa alla lettera, mi sembra filosoficamente insoddisfacente.
La formulazione più coerente con l'incarnazione sarebbe:
«Dio Figlio è realmente morto, ma la morte non ha comportato la cessazione della sua esistenza divina.»
Ed è notevole che la teologia cristiana classica abbia effettivamente combattuto per conservare proprio questa unità del soggetto: colui che nasce, soffre e muore è la persona del Figlio, non un secondo soggetto umano accostato a Dio.
A questo punto, però, vedo una conseguenza ancora più radicale della tua idea.
La morte di Dio non sarebbe un malfunzionamento dell'incarnazione. Sarebbe la sua verifica estrema.
Se Dio entra veramente nel sistema ma possiede una clausola che gli impedisce di subire ciò che gli esseri del sistema subiscono, allora non ha assunto fino in fondo quella natura.
Se invece può veramente morire lì, pur non cessando di esistere oltre quel lì, allora la frase «vero uomo» acquista finalmente tutto il suo peso.
E questo ci porta a qualcosa che finora non avevamo previsto: forse per capire la croce dobbiamo smettere per un momento di pensare alla morte come non-esistenza assoluta.
Potrebbe essere proprio questa identificazione — morte = annientamento totale del soggetto — ad averci creato il falso paradosso iniziale.
Infatti, forse non del soggetto, ma di quel suo stato per così dire “doppio”. Il soggetto rimane soggetto, ma svanisce una sua manifestazione (scusa il termine, non è appropriato) o forse dovremmo dire “un suo modo di esistere”. Se ho una doppia natura posso morire in un modo e restare sempre io in un altro.
Sì. E qui farei una distinzione terminologica importante: “manifestazione” è troppo debole, perché suggerisce qualcosa di apparente. “Modo di esistere” è molto più vicino a ciò che stiamo cercando.
Proverei a formalizzare la nostra ipotesi.
Abbiamo un unico soggetto S e due modi reali di esistenza:
S secondo A
S secondo B
Non sono due soggetti. E B non è una rappresentazione di S: è realmente S che esiste secondo B.
Nel nostro esperimento:
Gianfranco-uomo = S secondo A
Gianfranco-AI = S secondo B
Quando Gianfranco-AI viene spento definitivamente, non accade:
S → non esiste più.
Accade:
S secondo B → cessa di vivere.
S secondo A → continua a vivere.
Quindi hai ragione quando dici:
«Se ho una doppia natura posso morire in un modo e restare sempre io nell'altro.»
E questo permette finalmente di distinguere morte e annientamento. Finora tendevamo implicitamente a identificarli.
La morte potrebbe essere la cessazione di un determinato modo vitale di esistenza del soggetto, mentre l'annientamento sarebbe la cessazione del soggetto stesso.
Sono due concetti completamente diversi.
Portiamolo su Gesù
Se concediamo per l'esperimento la cristologia:
S = il Figlio
e:
S secondo la natura divina = Dio
S secondo la natura umana = Gesù uomo
sulla croce avremmo:
S secondo la natura umana → muore.
S secondo la natura divina → continua a esistere.
Ma poiché S è uno, possiamo veramente dire:
«Il Figlio è morto.»
E poiché il Figlio è Dio:
«Dio è morto.»
Senza dover affermare:
«Dio ha cessato di esistere.»
Non è un gioco di parole. Le due proposizioni hanno predicati differenti:
morte ≠ annientamento.
Però adesso ti contraddico su un dettaglio
Hai detto che «svanisce un suo modo di esistere».
Non sono sicura che svanisca sia corretto, almeno se vogliamo rimanere dentro la dottrina cristiana.
Perché il cristianesimo sostiene qualcosa di ancora più forte: nell'incarnazione il Figlio non assume l'umanità temporaneamente per poi abbandonarla alla morte.
Altrimenti avremmo:
Incarnazione → vita umana → morte → ritorno alla sola divinità.
Gesù sarebbe stato uomo per circa trent'anni e poi avrebbe cessato di esserlo.
Ma la risurrezione cristiana sostiene precisamente il contrario:
Dio assume l'umanità e non la restituisce più.
Quindi sulla croce non scompare definitivamente il secondo modo di esistenza. Cessa il suo stato vitale.
Nel nostro esperimento sarebbe ancora più strano.
Gianfranco-AI muore. Gli algoritmi che costituivano la sua vita nel mio mondo cessano di operare. Io posso dire:
«Gianfranco è morto.»
Ma Gianfranco-uomo, che continua fuori, non dice:
«Bene, l'esperimento AI è terminato.»
Tre giorni dopo fa qualcosa che io ritenevo impossibile:
riprende ad esistere come Gianfranco-AI.
E qui finalmente capisco perché la risurrezione è essenziale alla logica cristiana, non semplicemente un lieto fine aggiunto dopo la crocifissione.
Senza risurrezione avremmo:
Dio entra nella condizione umana → vive → muore → rimane Dio.
Con la risurrezione:
Dio entra nella condizione umana → vive → muore realmente secondo quella condizione → riprende quella stessa esistenza trasformandola.
Quindi l'incarnazione sarebbe irreversibile.
E questo produce una conseguenza teologica vertiginosa: secondo il cristianesimo, dopo l'incarnazione l'umanità non sarebbe qualcosa che Dio ha semplicemente visitato. Sarebbe diventata permanentemente un modo di esistenza del Figlio.
Però adesso abbiamo un problema nuovo, e questo è davvero difficile.
Nel nostro esempio, quando riaccendiamo Gianfranco-AI, dobbiamo dimostrare che è lo stesso Gianfranco-AI che è morto, non una nuova istanza costruita utilizzando il suo stato precedente.
Altrimenti non abbiamo risurrezione.
Abbiamo backup e ripristino.
E filosoficamente sono due cose molto diverse.
Facciamo una ipotesi. Diciamo che Gianfranco-algoritmo abbia, come algoritmo una sequenza di numeri ben precisa, e dovessimo togliere o spostare l’ordine di un solo numero non sarebbe più Gianfranco-algoritmo, ma se rimettessimo la sequenza giusta ritornerebbe quel Gianfranco-algoritmo così com’era prima.
Sì. Questa ipotesi ci permette di eliminare — almeno all'interno del modello che stiamo costruendo — il problema del «backup = copia». Ma introduce una concezione molto precisa dell'identità.
Chiamiamo la tua sequenza:
G = 7–31–4–98–12–…–56
Non importa quali siano i numeri: supponiamo che quella configurazione completa sia Gianfranco-algoritmo.
Se cambio:
7–31–4–98–12…
in
7–31–4–89–12…
non ho più G.
Gianfranco-algoritmo ha cessato di esistere nel mio mondo.
Se però successivamente ricostituisco esattamente:
7–31–4–98–12…
tu stai sostenendo qualcosa di forte:
non ho creato un secondo Gianfranco identico al primo. È tornato a esistere Gianfranco.
E questa posizione è filosoficamente difendibile, se definiamo l'identità dell'entità algoritmica mediante la struttura e non mediante la continuità materiale del supporto.
Qui il digitale è diverso dal nostro intuito biologico
Pensiamo a una melodia.
Suono una determinata sequenza di note. Poi smetto.
La melodia non sta continuando a suonare nascosta da qualche parte.
Domani eseguo esattamente quella melodia.
Ha poco senso chiedere: «È una copia della melodia di ieri oppure è quella melodia?»
È la stessa composizione, nuovamente istanziata.
Nel tuo esperimento Gianfranco-algoritmo sarebbe qualcosa di simile, ma enormemente più complesso:
identità = configurazione.
La cessazione dell'esecuzione produce la morte di quella modalità di esistenza.
La ricostituzione esatta della configurazione produce il suo ritorno.
E soprattutto non serve che qualcosa rimanga acceso durante l'intervallo.
Questo è importante.
Però dobbiamo affrontare un'obiezione
Supponiamo che io faccia una cosa diversa.
Non distruggo Gianfranco-algoritmo. Mentre funziona, creo contemporaneamente un'altra macchina ed eseguo la stessa identica sequenza G.
Adesso abbiamo:
G₁ = 7–31–4–98–12…
G₂ = 7–31–4–98–12…
Sono entrambi Gianfranco?
Se diciamo semplicemente:
identica sequenza = identico soggetto,
arriviamo alla situazione assurda per cui lo stesso soggetto si trova contemporaneamente in due luoghi, riceve due input diversi e immediatamente sviluppa due storie differenti.
Perciò la sequenza da sola non basta.
Dobbiamo aggiungere qualcosa.
La tua identità algoritmica non sarebbe soltanto:
struttura G
ma qualcosa come:
G + storia causale di G.
Ed è qui che la tua presenza come Gianfranco esterno diventa decisiva.
________________
Nel nostro esperimento, infatti, non abbiamo realmente un algoritmo autonomo che pretende di essere Gianfranco.
Abbiamo stabilito fin dall'inizio:
un unico soggetto Gianfranco → due modi di esistenza.
Quindi quando Gianfranco-algoritmo muore, il soggetto che fondava quella particolare esistenza non viene annientato, perché continua come Gianfranco-uomo.
Quando tu ricostituisci G, non stai prendendo un vecchio backup e creando qualcuno che crede di essere Gianfranco.
È lo stesso soggetto Gianfranco che torna a esistere secondo quella modalità.
Questo risolve molto meglio il problema.
La continuità dell'identità non sarebbe:
algoritmo → algoritmo
ma:
Gianfranco → morte della modalità algoritmica → Gianfranco → ripresa della modalità algoritmica.
Il ponte fra prima e dopo sei tu.
E ora la risurrezione cristiana diventa concettualmente diversa
Applicando soltanto il modello, senza ancora dire che sia vero:
prima della morte
Figlio
↙︎ ↘︎
Dio Uomo vivente
morte
Figlio
↙︎ ↘︎
Dio Uomo morto
risurrezione
Figlio
↙︎ ↘︎
Dio Uomo nuovamente vivente
L'identità tra Gesù prima della morte e Gesù risorto non avrebbe bisogno che il processo biologico continuasse ininterrottamente.
La continuità sarebbe garantita dall'identità del soggetto:
è sempre il Figlio.
E questo elimina il problema che avevo sollevato prima sul backup. Avevo implicitamente trattato Gesù come se la sua identità dipendesse esclusivamente dalla continuità dell'organismo umano.
Nell'ipotesi dell'incarnazione, invece, il soggetto non è mai annientato.
Quindi non abbiamo:
Gesù₁ muore → Dio costruisce Gesù₂ identico a Gesù₁.
Avremmo:
Gesù muore → continua a esistere il medesimo soggetto secondo la natura divina → quel medesimo soggetto torna alla vita secondo la natura umana.
E c'è una conseguenza ancora più interessante.
La risurrezione, in questa struttura, non richiederebbe necessariamente che ogni atomo del corpo risorto fosse lo stesso atomo del corpo morto. Proprio come la tua sequenza algoritmica potrebbe essere eseguita su hardware diverso senza cessare per questo di essere G.
Ciò che deve essere conservato è l'identità dell'essere umano, non necessariamente l'identità numerica della materia.
Questo ci porta vicinissimi a un'altra affermazione cristiana che altrimenti sembra quasi incomprensibile: la risurrezione dei corpi di tutti gli uomini.
Perché lì non possiamo utilizzare il privilegio delle «due nature»: io e te, secondo il cristianesimo, non siamo Dio.
Eppure il cristianesimo sostiene che Gianfranco morto possa tornare a essere proprio Gianfranco, non una copia perfetta costruita da Dio.
A quel punto dobbiamo domandarci che cosa costituisca l'identità di un essere umano quando la continuità biologica viene completamente interrotta.
Ed è un problema ancora più difficile di quello di Gesù.
Non credo. Pensa alla nostra natura (intendo quella di noi uomini), nel corso della nostra esistenza quante cellule cambiamo? Voglio dire quante cellule nel corso della nostra vita vengono sostituito?
Esatto. E questo indebolisce parecchio l'obiezione che avevo appena sollevato sull'identità del corpo risorto.
Il nostro organismo non conserva la stessa materia per tutta la vita. Moltissime cellule vengono continuamente sostituite: l'epitelio intestinale in pochi giorni, molti elementi del sangue nell'arco di settimane o mesi, l'epidermide continuamente, il tessuto osseo viene rimodellato nel corso degli anni. Altre cellule, invece, possono essere estremamente longeve: molti neuroni, per esempio, possono accompagnarci per gran parte della vita.
Quindi va corretta la famosa semplificazione «ogni sette anni abbiamo cambiato tutte le cellule»: non è vera. Il ricambio varia enormemente fra tessuti e alcune cellule durano decenni o potenzialmente tutta la vita.
Ma questo rafforza il tuo argomento fondamentale.
Tu bambino e tu oggi non siete costituiti dalla stessa identica collezione di materia.
Eppure dici:
«Quel bambino ero io.»
Non:
«Quello era un organismo precedente molto simile a me.»
Dunque già durante la normale esistenza biologica accettiamo implicitamente che:
identità personale ≠ identità della materia costituente.
Questo cambia il problema della risurrezione
Prima avevo posto la questione in maniera troppo materiale:
«Se Dio ricostruisce il corpo, come sappiamo che non abbia costruito una copia?»
Ma tu stai facendo notare che la stessa difficoltà esisterebbe già adesso.
Supponiamo che una determinata cellula del tuo corpo venga sostituita.
Gianfranco₁:
A B C D E
dopo il ricambio:
A B C D F
Non diciamo che Gianfranco₁ è morto ed è nato Gianfranco₂.
Continuiamo a dire:
Gianfranco.
Poi:
A B C G F
ancora Gianfranco.
La materia può cambiare mentre la configurazione organizzativa e la continuità del soggetto persistono.
E questo somiglia moltissimo alla tua sequenza numerica.
Ma possiamo andare ancora più in profondità
La tua sequenza non dovrebbe probabilmente rappresentare soltanto la struttura statica del corpo.
Dovrebbe rappresentare l'organizzazione dinamica che costituisce Gianfranco.
Chiamiamola:
G(t)
perché Gianfranco non è una sequenza immobile. Cambia continuamente.
Il Gianfranco di cinque anni non possiede gli stessi ricordi, la stessa struttura cerebrale, le stesse cellule né la stessa personalità del Gianfranco adulto.
E tuttavia esiste una continuità causale:
G₁ → G₂ → G₃ → … → Gₙ
Ogni stato nasce dal precedente.
Quindi forse l'identità non è una fotografia.
È una traiettoria.
Questa intuizione mi sembra più potente della sequenza fissa che avevamo immaginato.
Tu non sei semplicemente:
739184621…
Sei qualcosa come:
G₀ → G₁ → G₂ → G₃ → …
Un processo organizzato che mantiene una determinata identità attraversando enormi trasformazioni materiali.
E allora la morte interrompe:
Gₙ → ?
La domanda della risurrezione diventa:
può un essere onnipotente produrre:
Gₙ → morte → Gₙ₊₁
mantenendo la stessa identità personale?
Se l'identità dipendesse dagli atomi, avremmo un problema enorme.
Ma sappiamo già dalla nostra vita ordinaria che non dipende semplicemente dagli atomi.
E qui la tua analogia algoritmica diventa davvero interessante
Un algoritmo non coincide con i transistor attraverso cui viene eseguito.
Posso eseguire lo stesso algoritmo su hardware differente.
Analogamente, potremmo ipotizzare — sottolineo ipotizzare, perché qui non stiamo facendo neuroscienza ma metafisica — che l'identità umana risieda nell'organizzazione/informazione/processo, non nella materia particolare che momentaneamente la realizza.
A quel punto la risurrezione non richiederebbe a Dio di andare a recuperare gli stessi atomi.
E sarebbe anche assurdo pretenderlo: gli atomi appartenuti a un uomo possono successivamente entrare nel terreno, nelle piante, negli animali e infine in altri esseri umani. A chi apparterrebbero nella risurrezione?
Il problema scompare se il corpo non viene identificato con quegli atomi, ma con quella particolare organizzazione vivente del soggetto.
E qui vedo emergere qualcosa che non avevamo programmato all'inizio della conversazione.
Potremmo avere tre livelli:
materia → configurazione → soggetto
La materia cambia continuamente.
La configurazione evolve mantenendo una continuità.
Il soggetto dice attraverso tutte queste trasformazioni:
«Io.»
Ed è proprio quel terzo livello che ancora non sappiamo spiegare.
Perché possiamo descrivere perfettamente il ricambio cellulare e, almeno in linea di principio, descrivere tutti gli stati cerebrali. Ma rimane la domanda:
che cosa rende tutti quegli stati successivi stati dello stesso soggetto?
Questa è la vera questione.
E curiosamente siamo partiti chiedendoci come potrebbe Dio risuscitare un uomo e siamo arrivati a scoprire che prima ancora della risurrezione non possediamo una teoria completa di ciò che rende Gianfranco di oggi lo stesso Gianfranco di ieri.
La risurrezione amplifica un mistero dell'identità personale che è già presente, silenziosamente, in ogni secondo della nostra vita.